PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 13_09_2017

Metropoli, Londra (foto di Pino Di CIllo)

Foto di gruppo per la metropoli e i suoi doppi _ «Cities», indagine sul conflitto

Una serie infinita di fotografie si accumula sulle metropoli e in questo affollamento di immagini il nuovo si accompagna alla permanenza della memoria: un groviglio di visioni reali e non più reali che in definitiva costituisce la trama della contemporaneità. La fotografia nasce insieme alla metropoli e ne diventa specchio, il documento della trasformazione, ma è anche l’impietoso strumento diagnostico di una anatomopatologia del sistema urbano. Indaga e svela quel conflitto che lo minaccia e al tempo stesso lo anima.

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Berlino, Amsterdam, Parigi, Londra e Bari sono le città interrogate da cinque fotografi baresi: Francesco D’Agostino, Pino Di Cillo, Ivana Marinosci, Francesco Rega e Anna Maria Renna. Le loro immagini sono riunite nella mostra intitolata «Cities» che si inaugura il 26 settembre nella galleria Spaziogiovani in via Venezia, a Bari. Nel lavoro di questi autori risuonano le tensioni nella indissolubile relazione tra fotografia e metropoli, con diverse sensibilità e con significative consonanze.

L’accostamento di Bari alle capitali europee può apparire incongruo, ma oltre le dimensioni e quantità, le metropoli si danno per tempi e modi di vita. Nell’intuizione del sociologo tedesco Georg Simmel, «La metropoli e la vita dello spirito» (1903), il confronto tra Großstadt e città di provincia si misura sul metro delle aspettative esistenziali: «Non è solo la grandezza immediata del territorio e della popolazione – sostiene Simmel – a far sì che la metropoli, in virtù della correlazione universale che sussiste tra l’aumento della cerchia e la libertà interna ed esterna della persona, sia la sede ideale di quest’ultima: al di là della loro ampiezza, le metropoli sono il luogo del cosmopolitismo. Una volta che sia superata una certa soglia, il raggio visuale, le relazioni economiche, personali, spirituali e il perimetro ideale della città aumentano in progressione geometrica». Quale altra energia spingerebbe le moltitudini a vivere nelle città – anche in condizioni precarie – piuttosto che le campagne e i boschi e i deserti da cui provengono! Quale altra forza si muoverebbe nell’orologeria della grande migrazione!

Metropolitano è il quartiere periferico di Japigia, restituito con acide tonalità dalle immagini di D’Agostino: echi di slam e di bronx e di banlieu. Una didascalia rivela lo scarto incolmabile nel giudizio sulle cosiddette «case della Malboro»: l’opera pregevole degli architetti Chiaia e Napolitano resta per il fotografo il «casermone delle case popolari» in un rifiuto generale dell’esperienza urbana del Novecento.

Cosa consente allora di distinguere l’architettura fra la massa indistinta della edilizia senza qualità? Nella sorpresa di Francesco Rega, a cospetto dei nuovissimi edifici firmati da un maestro dell’architettura contemporanea (sulla sua identità l’autore vorrebbe mantenere il segreto fino all’inaugurazione della mostra) decisivi sono stati i colori delle facciate che vibrano nell’orizzonte grigio del passato. Cioè la volontà di affermare un diritto inalienabile delle forme architettoniche alla propria attualità e ad una relazione non intimidita dalla autorità dei secoli. È il problema che ha affrontato la città di Berlino, negli ultimi decenni, con la riunificazione e la ricostruzione del vuoto lasciato del Muro abbattuto, dapprima con lo slancio dell’estremo contemporaneo delle archistar, poi con una forte attrazione verso il passato anche a rischio di produrre copie di monumenti, falsi documenti. In questa contraddizione si ascolta però il «basso continuo» della strada e dei suoi usi molteplici, anche di protesta, contestazione e rivolta, colti dallo sguardo «rovesciato» di Pino Di Cillo. Intimista è l’approccio di Ivana Marinosci che va alla scoperta di Parigi muovendosi sul confine labile e fragile tra spazio pubblico e spazio privato. Un confine installato nel diaframma di vetro di una finestra, oltre la quale si cercano le tracce di una vita creativa, quasi una conferma del carattere speciale di quella metropoli, inseguiti dal timore che non ne sia rimasto oramai solo uno slogan da marketing urbano. Tutta «fuori», esterna e pubblica è infine la città di Anna Maria Renna, metropoli deprivata di segni di riconoscimento. Colta in diagonale, negli scorci di terrazzi, e obliqua come le strisce pedonali e i segnali di pericolo. Passi anonimi sull’asfalto di cento città, attese e dialoghi dietro i riflessi di una vetrina. E nella evanescenza delle superfici si rivela il frenetico movimento della grande città.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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