PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_07_2017

monumento ai caduti a Carbonara

La resistenza, i monumenti e l’architetto _ Il 28 luglio di Gaetano Civera

«Gaetano, che fai qua, in mezzo a questi scalmanati? Non è più prudente che te ne torni a casa?». «Stiamo manifestando per la libertà, non facciamo male a nessuno», rispose l’architetto Gaetano Civera al suo amico, il tenente Lapaccia. Un pugno di minuti e l’architetto Civera lasciò la sua vita sulla strada, ucciso dai proiettili esplosi dai soldati. Erano da poco passate le 13 di un caldissimo 28 luglio 1943. Oggi una piccola targa di ottone infissa nell’asfalto ricorda il suo nome e la sua età – 47 anni – insieme ad altre 19 targhe intestate agli antifascisti, vittime anche giovanissime della strage di via Niccolò dell’Arca.

Civera non s’immaginava, allora, che il suo nome potesse essere inciso in un monumento, lui che per mestiere progettava monumenti. Come quello dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale, eretto in piazza Umberto I a Carbonara e realizzato insieme allo scultore Vitantonio De Bellis, nel 1928. Certo, col tempo è cambiato il modo di ricordare e di sospingere i cittadini alla memoria: là dove prima si chiedevano cippi di marmo e plastiche figure fuse nel bronzo, realistiche o allegoriche o le une e le altre insieme (come appunto a Carbonara) oggi si preferisce il gesto discreto, astratto, sull’esempio delle «pietre di inciampo» dell’artista tedesco Gunter Demnig al quale si è ispirata quattro anni fa la collocazione delle 20 targhe baresi, su iniziativa dell’Anpi (l’associazione dei partigiani) e del Comune di Bari. E anche venerdì prossimo si ripeterà l’appuntamento commemorativo fra quei nomi disseminati sul pavimento stradale, come una scia lunga scia di sangue.

Si legge nel progetto dell’architetto Arturo Cucciolla l’intenzione di caricare di senso storico uno spazio pubblico che in genere viene vissuto in modo inconsapevole e attraversato con indifferenza. E anche la volontà di riavvicinare il monumento preesistente (opera dell’architetto Riccardo Vecchietti), collocato in una aiuola della piazza, al luogo dell’eccidio, a quella via Niccolò dell’Arca dove con le trasformazioni edilizie del dopoguerra si sono perduti i punti di riferimento che ricorrono nelle testimonianze: il cinema Umberto, all’angolo della strada, e la sede della Federazione dei Fasci di Bari, al cui posto c’è la filiale del Monte dei Paschi di Siena, realizzata nel 1965 su progetto di Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano.

Gaetano Civera non si trovava lì per caso ma consapevole del proprio impegno civile e politico: lo prova la testimonianza del tenente Lapaccia, raccolta dal giornalista Antonio Rossano che nel 1971 ricostruì la vicenda sulla pagine della Gazzetta (e poi nel volume «Voglia di capire», Ecumenica ed.). Per l’indimenticabile Rossano l’inchiesta giornalistica sugli episodi della precoce Resistenza barese fu senza dubbio anche l’occasione per rendere onore a Luigi De Secly, il coraggioso caporedattore della Gazzetta che quel 28 luglio fu arrestato per aver pubblicato in prima pagina l’articolo «Viva la libertà», con la notizia ufficiosa della imminente liberazione degli antifascisti, tra cui Tommaso Fiore, Guido De Ruggiero, Michele Cifarelli e Guido Calogero. Ad accogliere loro andavano quella mattina i manifestanti, guidati dal giovane filosofo Fabrizio Canfora. E in via Niccolò dell’Arca ebbero la strada sbarrata dai soldati del IX reggimento Autieri.

Nel processo non si riuscì, o meglio non si volle accertare chi diede l’ordine e se qualcuno sparò dal balcone della sede fascista. Di sicuro i soldati di Badoglio aprirono il fuoco contro cittadini inermi e pacifici. Una strage a sangue freddo. «Quando la sparatoria finì – racconta Rossano – per terra erano rimasti non meno di 60 fra morti e feriti. Chi ha visto quella scena, ha invano cercato di cancellarla dai suoi occhi, dalla sua mente, dai suoi incubi. Il selciato non si vedeva più. C’erano solo corpi rantolanti, alcuni avvinghiati fra loro come per una comune difesa».

E sembra di rivedere una scena del monumento ai caduti di Carbonara. Quanta autenica compassione c’era in quella scultura? Chi può dirlo! Noi possiamo solo immaginare Gaetano Civera, l’architetto, pittore e scultore, mentre esce dal suo studio, il seminterrato del palazzo di famiglia in via Argiro 49, e si unisce al corteo che attraversa corso Vittorio Emanuele. Un artista che non si era accomodato sotto la conveniente protezione del regime e che per questo non venne invitato alla grande abbuffata dei lavori pubblici.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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