PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_07_2017

L’occupazione. Aprile 2014: nella ex Caserma Rossani, con il paesaggista francese Gilles Clement (al centro) [foto Christian Rotola]

Nella Rossani a lezione di beni comuni _ Le tracce di Stefano Rodotà

L’Esercito ha ceduto al Comune un suolo che si era conservato nella ex Caserma Rossani, insieme a una dozzina di appartamenti. Serve ad aprire un accesso diretto da via Giulio Petroni al futuro parco urbano. L’accordo è stato annunciato con soddisfazione dall’assessore ai Lavori Pubblici, Giuseppe Galasso: «Si tratta di un obiettivo fortemente voluto dall’amministrazione comunale», ha detto. Nessun riconoscimento a chi questa opportunità l’ha creata.

Anche l’assessora all’Urbanistica Carla Tedesco dice: «È una gran bella notizia per tutti perché ora potremo procedere con il progetto esecutivo relativo alla realizzazione del grande parco urbano. La cessione di queste due porzioni, che rientrano ancora nella proprietà del Demanio militare, consentirà la permeabilità trasversale del futuro parco, così come emerso durante il percorso partecipativo Ri-Accordi urbani». Solo un vago accenno alla partecipazione, glissando sul fatto che proprio durante quegli incontri venne fuori (merito di Simone Lopez) la «scoperta» di una porzione di suolo riservata alla Difesa e ignorata anche nell’incarico di progettazione del parco a Massimiliano Fuksas.

Un caso di concreta utilità della partecipazione, così come provvidenziale è stata, venerdì scorso, la presenza dei giovani del collettivo che occupa la ex Caserma, i quali si sono accorti dell’inizio di un incendio doloso (appiccato in almeno tre punti) e hanno lanciato l’allarme ai Vigili del fuoco. Le  due notizie, a distanza di poche ore l’una dall’altra, suggeriscono qualche considerazione sul tema dei «beni comuni», un tema che a Bari stenta a diventare centrale e spesso è travisato e frainteso, come d’altra parte avviene per il tema ad esso strettamente connesso della progettazione partecipata.

Su questi temi si era concentrata negli ultimi anni la ricerca di Stefano Rodotà, il giurista scomparso lo scorso 23 giugno. Ricordiamo che Rodotà si era confrontato direttamente con l’esperienza della occupazione del Teatro Valle di Roma, collaborando alla scrittura di un avanzatissimo regolamento, fornendo così un quadro di legittimità costituzione alla esperienza della autogestione. Una esperienza purtroppo tradita dalla politica capitolina, ma che ha dato energia alle analoghe iniziative napoletane ed è risuonata anche a Bari, nella Rossani occupata, con gli studi di Carmen Pisanello.

Di Rodotà ci piace qui ricordare le considerazioni affidate al saggio intitolato «Beni comuni: una strategia globale contro lo human divide», apparso nel volume «Oltre il Pubblico e il Privato. Per un diritto dei beni comuni», curato da Maria Rosaria Marella nel 2012 per le edizioni Ombre Corte. «I beni comuni ci parlano dell’irriducibilità del mondo alla logica del mercato – spiegava Rodotà -, indicano un limite, illuminano un aspetto nuovo della sostenibilità: che non è solo quella imposta dai rischi del consumo scriteriato dei beni naturali (aria, acqua, ambiente), ma pure quella legata alla necessità di contrastare la sottrazione alle persone delle opportunità offerte dall’innovazione scientifica e tecnologica».

Rodotà si confronta con il dibattito internazionale: a partire dalle tesi di Charles Reich, giurista dell’Università di Yale, autore di un saggio – «The New Property» – che ha influenzato in maniera decisiva così la discussione scientifica come l’orientamento delle corti di giustizia americane, fino a Karl Wittfogel, il teorico della cosiddetta «società idraulica» per il quale la conoscenza è, come l’acqua, una risorsa il cui governo è conteso da poteri pubblici e poteri privati. «Contro i nuovi dispotismi – commentava Rodotà – si leva la logica non proprietaria dei beni comuni. Dunque ancora una volta l’opposto della proprietà».

Ma la luce dei beni comuni – avvertiva Rodotà – rischia di abbagliare, «lasciando intendere che quasi ci si può disinteressare di proprietà pubblica e proprietà privata. Contemplando il loro orizzonte, infatti, spesso si trascura poi l’effetto di sistema che essi producono. Da una parte anche la proprietà pubblica deve essere liberata dai tradizionali schemi astratti che ancora la imprigionano, demanio e patrimonio, a vantaggio di una classificazione che muova dalle funzioni proprie dello Stato e delle sue articolazioni fino a contemplare beni di cui deve essere garantita la miglior utilizzazione sociale e economica possibile. La proprietà privata, dal canto suo (…) deve essere intesa e regolata in funzione delle attitudini dei beni che la costituiscono (…) con una rilevanza sempre più marcata di sue componenti “pubbliche” e “comuni”».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

 

 

Annunci

Pubblicato il 05|07|2017, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: