PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_06_2017

Nella foto un incontro del laboratorio del Pug (a destra Dino Borri e Carla Tedesco)

Nuovi personaggi e altri interpreti sulla scena urbana _ Luci e ombre della partecipazione

L’assenza della presidente della Consulta comunale per l’ambiente, alla presentazione del report finale del processo di partecipazione al Piano urbanistico generale di Bari, mercoledì scorso, può essere spiegata in tante maniere ma è innegabile che sia una protesta contro quel che si è dimostrato «un percorso chiuso e impermeabile alla collaborazione», come dice Edda Perlino.

Perché nel report confezionato dal gruppo dell’architetto Laura Basco non si è fatto cenno alla presenza di Perlino agli incontri? Ma soprattutto: che fine hanno fatto i documenti prodotti dalla Consulta in tanti mesi e puntualmente trasmessi agli uffici?

La Consulta è un organo istituzionale del Comune. Ne fanno parte i rappresentanti delle associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente, nella tutela del paesaggio e dei beni culturali e nella mobilità sostenibile. Strutturata in «tavoli tematici», essa ha formulato proposte per il nuovo piano urbanistico su vari punti, dal Porto (che significa destino della colmata di Marisabella e tracciato della strada camionale) all’area dell’ex Gazometro, dalla Caserma Rossani a Bari vecchia (con il Parco del castello), dal verde pubblico alla gestione dei rifiuti.

L’assessora all’Urbanistica Carla Tedesco ha risposto a Matteo Magnisi (componente della Consulta, presente all’incontro all’Urban Center) che il «format» scelto per il laboratorio di partecipazione non prevedeva l’esame dei documenti, ma che il ruolo della Consulta è prezioso. Tuttavia «l’impressione – dice Perlino –  è che si voglia affermare l’esclusiva sui percorsi partecipativi».

Ora, saltato il turno del laboratorio di partecipazione, in che maniera questi ed altri documenti saranno recepiti dai redattori del Pug? Non è una domanda oziosa se il loro capogruppo Stefano Stanghellini avrebbe ammesso di non aver letto nemmeno il report alla cui presentazione era stato chiamato a partecipare.

La irruzione di soggetti nuovi nella elaborazione di piani urbanistici sconvolge abitudini consolidate e mette a disagio chi finora era abituato a mediare gli interessi pubblci e privati in ambiti circoscritti e in qualche modo protetti. È un tema attualissimo. Ne discute Alexander Gutzmer – professore all’Accademia Quadriga di Berlino – sulla rivista “Kursbuch” che dedica al tema «Città. Visioni» il numero 190 appena pubblicato, a cura di Armin Nassehi e Peter Felixberger (Murmann ed. pp. 204, euro 19). «Prendiamo il classico processo di progettazione architettonica. Qui la partecipazione dei cittadini è ancora propriamente una assai nuova e altissima esigenza – scrive Gutzmer -. La partecipazione dei cittadini può ma non deve funzionare. È un processo assai duro che in assoluto non riesce meglio se i progettisti si approcciano alla partecipazione in modo completamente ingenuo o se con troppa generosità si comportano nella fondazione di sempre più nuove piattaforme cittadine. La integrazione urbana raramente procede in modo lineare. Inoltre, personaggi e interpreti non sono sempre e dovunque adeguati a questa integrazione. La loro capacità di integrarsi non dipende soltanto dalla attuale disponibilità all’assorbimento dello spazio urbano concreto, ma anche dalla propria apertura e capacità di apprendimento. Questo significa che sia lo sviluppo culturale che quello urbanistico sono una permanente successione di condizionamenti e di reazioni liberatorie».

Gutzmer, che è anche caporedattore della prestigiosa rivista tedesca di architettura Baumeister, nel suo saggio intitolato «Donand Trump odia le città» fa riferimento alle più recenti ricerche di AbdouMaliq Simone, urbanista e sociologo del Max Plank Institut e docente a Londra e a Città del Capo, riassunte nello slogan «People as infrastructure», la gente in quanto infrastruttura.

E dunque a Bari – nonostante lo scetticismo e la sufficienza con cui talvolta si giudica la partecipazione dei cittadini – si sta applicando un metodo attualissimo per la trasformazione del territorio. «Così funziona la città. Come un processo di scambio – osserva Gutzmer – nel quale strategie radicalmente differenti si scontrano ma anche potenzialmente concorrono ad un meccanismo produttivo di creazione. Chi mantiene il vantaggio di volta in volta è chiaro. Spesso però – e in questo caso la città è veramente produttiva – ciascun personaggio/interprete crede di possedere il vantaggio».

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

 

 

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Pubblicato il 14|06|2017, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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