PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_05_2017

Nel Murattiano la nostalgia del secolo breve _ Paradossi della speculazione edilizia

La nostalgia è sempre a buon mercato. Non costa quasi nulla e va bene per ogni stagione. Così, la nostalgia della città perduta. E per Bari non la nostalgia della città vecchia, ma del borgo «murattiano» che suscita ricordi di profumati agrumeti nei cortili e acre risentimento verso chi ha partecipato alla selvaggia sostituzione edilizia negli anni del boom economico.

È successo anche dopo il racconto – lo scorso 10 maggio, in questa rubrica – della costruzione del palazzo De Florio, in via Argiro: una architettura di altissima qualità coinvolta ciò nonostante nella colpa collettiva dell’urbicidio murattiano. Il rischio, nei giudizi sommari, è di impedire una valutazione critica su quel gigantesco fenomeno nel quale, fra tantissime oscenità edilizie, si manifestarono pure importanti prove di una architettura capace di esprimere lo spirito del tempo. Ma soprattutto, la condanna metafisica della cosiddetta distruzione del borgo murattiano allude ad ignoti speculatori, punta l’indice verso proprietari ingolositi dal sistema della permuta, mette sul banco degli imputati gli architetti (ma sorvola, chissà perché, sulla categoria degli ingegneri) che sarebbero stati convinti correi. Non si vede, così, che nel processo di sostituzione edilizia hanno giocato un ruolo fondamentale il Comune, apparati dello Stato e grandi aziende.

Il Comune affida nel 1951 la redazione del piano regolatore generale ad Alberto Calza Bini e a Marcello Piacentini, nel segno di una sfrontata continuità con il ventennio fascista. Il piano è approvato il 15 marzo 1952.  «Si ritiene che col tempo – scrivevano gli autori del piano –  sarà lo stesso interesse dei proprietari degli edifici meno adatti a rimanere in mezzo a quartieri che assumeranno un più elevato tono edilizio, a consigliare demolizioni e ricostruzioni». Piacentini non riesce a star fermo con la matita e disegna vedute prospettiche che non lasciano spazio ad equivoci: «Le soluzioni edilizie – spiega -previste o suggerite per i ponti di sorpasso del piazzale ferroviario e quella studiata per la piazza del Ferrarese, che è la vera cerniera del grandioso sistema costituito dai corsi Cavour e Vittorio Emanuele, daranno alla saldatura tra il vecchio e il nuovo e al pulsante centro della vita cittadina una degna e inconfondibile fisionomia». Del progetto che radeva al suolo piazza del Ferrarese e il Margherita si realizzò – per mano degli ingegneri Vincenzo e Luigi Rizzi – soltanto l’edificio all’angolo di corso Cavour noto per molti anni come «Grattacielo Motta», quello per cui inorridiva Bruno Zevi ogni volta che veniva a Bari. Delle torri sulla ferrovia non si fece nulla, risparmiando così dalla demolizione dell’ex istituto Pitagora e del liceo Scacchi, cioè il Palazzo Chartroux progettato nel 1882 dall’ingegnere Pietro Trotti.

Ma l’esempio fu raccolto da altri, non solo privati. L’occasione della moltiplicazione della rendita fu ghiotta per le banche. Il Banco di Roma non ebbe esitazioni a ricostruire la sua filiale in via Andrea da Bari demolendo l’edificio progettato nel 1934 da Saverio Dioguardi. La sede barese del Banco di Napoli dava il nome di «Via del Banco» alla attuale via Cairoli: l’edificio era stato realizzato nel 1932 su progetto dell’ingegner S. Nisio, demolendo un precedente palazzo ottocentesco. Ma ebbe vita breve, perché nel 1964 fu sostituito dall’attuale palazzo rivestito in pietra e alluminio, una delle opere più importanti dell’architetto Vito Sangirardi che dimostra come anche all’interno di un processo speculativo si possono ottenere opere di qualità.  La Società generale pugliese per l’energia elettrica aveva sede in un edificio di stile eclettico in via Crisanzio e al suo posto nel 1958 sorse il palazzo – poi ereditato dall’Enel e infine acquistato dall’Università – che guadagnò agli architetto Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano la definizione di «americani di Bari» (il copyright è del solito Zevi). Nelle finestre continue dell’edificio «International-style» si specchiavano i prospetti neoclassici del dirimpettaio Palazzo di Giustizia. Ma il confronto delle epoche e delle culture urbane durò poco: nel 1970 sulle macerie del Tribunale sorge la nuova facoltà di Giurisprudenza, progettata da Pasquale Carbonara, vincitore nel 1964, insieme all’ingegner Giuseppe Signorile Bianchi, del primo premio di un concorso nazionale.

E il borgo murattiano trova così, lungo la cancellata bronzea disegnata da Giuseppe Capogrossi, il compimento della sua metamorfosi novecentesca.      

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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