PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_05_2017

Prove tecniche della paura nella città blindata _ G7, sicurezza e spazio pubblico

«Cosa ci resterà di tutto questo?», si chiedevano i barivecchiani la settimana scorsa sforzandosi di di sopravvivere all’assedio dei ministri riuniti per il vertice del G7 Finanza nel Castello normanno-svevo. E pensando che presto sarebbe finita e la vita sarebbe tornata ai suoi tempi normali. Anche se il sindaco Decaro – siccome è andato tutto liscio sul fronte della sicurezza- già promette nuovi «eventi», come si dice dalla parti del marketing territoriale, e nonostante  l’«evento-G7» sia scivolato via pressoché inosservato sulla grane stampa internazionale.

Cosa resterà? Forse l’immagine spettrale del corso che divide le due città, blindato da barriere di cemento. Messe lì per impedire la circolazione delle auto e soprattutto l’incursione di un qualche terrorista kamikaze alla guida di un Tir. Ma con un effetto deterrente anche sui pedoni.

Resterà un senso nuovo della paura urbana. E una spiacevole sensazione di città in allarme bellico. I baresi hanno sperimentato che cosa significa – senza che accada davvero nulla di pericoloso – vivere nel clima esasperato della massima sicurezza.

La militarizzazione dello spazio pubblico è un tema che investe le scelte urbanistiche perché quello della sicurezza – sostiene il sociologo urbano Giandomenico Amendola –  è diventato «un problema comune che lega, anche se con fenomenologie diverse, tutte le città del mondo». E spiega Amendola nel volume «Il governo della città sicura» che ha curato per l’editore Liguori: «La costruzione a livello internazionale del tema “sicurezza urbana” e la conseguente creazione di un patrimonio di conoscenze trasferibili e comunicali stanno però contribuendo a creare il problema non secondario delle strategie prêt-à-porter e delle soluzioni passepartout».

La barriera di cemento – dopo gli attentati di Nizza e di Berlino – è la rappresentazione plastica di queste tecniche d’imitazione imposte agli spazi pubblici della città che «costituiscono – aggiunge Amendola – una delle grandi poste in gioco nell’attuale partita sull’insicurezza urbana. Da una parte c’è, infatti, nella città una crescente domanda di spazio pubblico e dall’altra bisogna fare i conti con la presenza di gruppi etnici diversi, portatori di nuove culture d’uso degli stessi spazi. È lo spazio pubblico che rende l’”altro” visibile e lo trasforma, quando ricorrono le condizioni, in problema».

Dunque, il progetto di ampliare le aree pedonali per rendere vivibili gli spazi pubblici, se da un lato è l’ineliminabile condizione per creare gli «eventi», dall’altra genera inevitabilmente un conflitto sull’uso sociale dello spazio, un conflitto che si rischia di gestire con l’alimentazione della paura.

Ne abbiamo avuto una prova proprio nei giorni del G7 e in particolare nella giornata conclusiva: il pacifico corteo degli antagonisti era stato preceduto dallo spettro dei black bloc, portatori di devastazioni ed esplosioni. Una paura alimentata non solo dallo spiegamento di uomini e mezzi delle forze dell’ordine, ma anche dai «consigli» elargiti in via ufficiosa (o forse per iniziativa personale) da agenti della polizia locale ai negozianti perché chiudessero le serrande e si prendessero una giornata di vacanza. Ma i black bloc non sono arrivati in città e la loro assenza spinge a interrogarci se le analisi dell’intelligence siano state completamente sballate o se, al contrario e per paradosso, dovessero essere proprio tali, per raggiungere l’obiettivo di «criminalizzare» i manifestanti anti-G7.

«L’impennata del mercato della sicurezza è uno dei fenomeni economici più significativi degli ultimi anni», nota Gabriella Paolucci nel saggio «Il mercato della paura» che appare nel volume citato da Amendola. «Le “nuove” politiche securitarie – aggiunge – hanno ricadute non trascurabili sulla crescita del settore che annovera tra i suoi clienti più importanti proprio le istituzioni dello Stato. Sia come veri e propri “clients” che come semplici “promotors”, esercitano un impatto considerevole sulla crescita del mercato della sicurezza e conseguentemente sulla trasformazione della città».  

 di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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