PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_05_2017

palazzo De Florio in via Argiro 73 di Onofrio Mangini | foto dell’epoca del cantiere

E il Murattiano prese tutta un’altra piega _ Onofrio Mangini in via Argiro

Chissà che fine ha fatto quella selezione di 47 opere d’architettura moderna e contemporanea che il Comune di Bari s’era convinta a salvare da scriteriate ristrutturazioni, se non proprio demolizioni. L’elenco, compilato in attuazione della legge regionale 14/2008, era finito a marzo del 2014 nella variante di adeguamento del Piano regolatore al Putt/paesaggio però la Regione Puglia l’aveva stralciato. Ma non perché errato: necessitava di una delibera a sé. E invece è rimasto in un cassetto, come spesso accade alle migliori intenzioni, specie se non inseguono il consenso a buon mercato.

Fra quelle opere c’è un palazzo – si trova in via Argiro 73 – che pur nella sua forte individualità può considerarsi un paradigma della rara qualità dell’architettura espressa a Bari negli anni della grande sostituzione edilizia del Borgo murattiano. L’edificio, progettato nel 1957 dall’architetto Onofrio Mangini (con l’ingegner Vito Colaianni, per i calcoli delle strutture) e realizzato due anni dopo dall’impresa Macina, nasce con l’usuale destinazione mista: locali commerciali al piano terra, tre livelli per uffici e quattro piani – più l’attico – per la residenza. «Uno dei principali obiettivi – racconta Mangini – era portare all’esterno il contenuto funzionale». Mangini però rimescola le carte e supera il dogma della distinzione formale tra uffici e abitazioni: dal prospetto scompaiono i balconi ed è l’intera facciata, piegandosi, a farsi aggetto. Pieghe alternate, fra i primi tre piani e quelli superiori che si incastrano come due blocchi uguali e contrari. Nei piani per uffici, con una doppia piega verso l’esterno, articolando la finestra a nastro di «prescrizione» modernista, la superficie vetrata è predominante. Nei livelli residenziali prevale la parete rivestita in mosaico di gres bianco e il taglio orizzontale della finestra si trasforma in una loggia profonda due metri. Nonostante queste variazioni, il colpo d’occhio è unitario. E già nel corso della progettazione – ci rivelano le piante allegate alla licenza edilizia – gli uffici promettono di diventare appartamenti.

Le convenzioni tipologiche vanno in crisi. In altre sue opere (il collegio dei padri Comboniani, la chiesa di Maria Maddalena) Mangini riconosce volentieri il debito verso i maestri Oscar Niemeyer o Le Corbusier, ma non in questo caso: «Non seguivo alcun modello, l’idea compositiva fu del tutto originale», dice spiegando di aver coltivato l’idea negli schizzi da affidare poi ai disegnatori: «Non ho mai amato il tecnigrafo», confessa.

E così la facciata si piega su se stessa, come se i volumi fossero costretti dai palazzi confinanti e premessero verso l’esterno. L’atto del piegare è per Franco Purini uno dei gesti essenziali, primitivi della composizione architettonica e la sua definizione chiarisce perfettamente il significato di questa opera innovativa del giovane Mangini: «Piegare significa usare l’immensa energia che si annuncia nello spazio – o che si svela come spazio originario – perché dia luogo ad un “abitare”. In realtà il piegare ha anche un’altra motivazione. Esso deriva dalla necessità di misurare un’entità con un’entità non omogenea, spesso eccedente ».

Il palazzo, appena costruito, ottenne l’apprezzamento di Bruno Zevi di passaggio per Bari ma i committenti, come reagirono alla vista di un progetto che in quegli anni doveva apparire molto al di là delle convenzioni? «Non so come me l’abbiano fatto fare – dice sorridendo Mangini – ma con loro non dovetti combattere.  È vero, io ero cocciuto, però in quella occasione non ho avuto ostacoli ad esprimermi».

L’architetto riceve l’incarico di progettare in via Argiro dai De Florio, un famiglia di ricchi commercianti di tessuti, proprietari dell’edificio da abbattere e sostituire. «Un edificio dell’Ottocento murattiano, senza particolare pregio», sottolinea Mangini. Simile – nel suo neoclassicismo impoverito – ai due edifici confinanti (uno solo è sopravvissuto, nel tempo). «Il mercato voleva case – ragiona oggi l’architetto – ed esistendo un patrimonio disponibile lo utilizzò. Ma fu un errore gravissimo consentire le demolizioni e la ricostruzione con indici fino a 7 metri cubi per metro quadro».

Negli anni Cinquanta e Sessanta la legge della moltiplicazione dei volumi fu condivisa da tutti, assicura Mangini: «Non ricordo in quegli anni un solo intervento in difesa degli edifici ottocenteschi del borgo murattiano. La consapevolezza della tutela della città storica è venuta anni dopo, molti anni dopo». Egli stesso immaginava un’altra risposta, diversa al mercato immobiliare: «Conservare il centro murattiano e i quartieri a Nord della ferrovia, cingere la città consolidata con una ampia fascia di verde ed espandere liberamente la città nuova al di là di essa, verso sud». L’espansione è avvenuta, ci è mancata la cintura verde.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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Pubblicato il 10|05|2017, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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