PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 03_05_2017

L’ex liceo Fermi nel 1965

Architetture per una città senza egoismi _ La scomparsa di Roberto Telesforo

Un assessorato all’architettura pubblica ed uno all’architettura privata invece degli attuali «Lavori pubblici»  e «Edilizia privata». Perché «Il primo dovere di una Amministrazione pubblica che realizzi opere è quello di ottenere la migliore qualità possibile. Per forma e funzionalità».  Sembra una provocazione ma Roberto Telesforo formulava la proposta con convinzione e con un candore che sorprendeva spesso i suoi interlocutori. Ne era così sinceramente convinto che l’ha messa, nero su bianco, fra le pagine di un libro intitolato «Uomini e pietre a Bari. Il benessere è una questione complessa».

Il volumetto, apparso  nel 2005 dall’editore Progedit, è certamente un programma per la città, condizionato dai temi urgenti che si dibattevano una decina d’anni fa (e che sono in gran parte tuttora aperti) ma intrecciato con idee generali sull’arte del costruire di cui si è impastata la cultura di Roberto Telesforo, scomparso ottantenne lo scorso  28 aprile.

Riassumere in poche righe una lunga vicenda professionale e umana implica scelte e omissioni. Qui vogliamo ricordare  alcuni episodi dell’attività di un architetto che è stato anche presidente dell’Ordine degli architetti di Bari nel biennio 1972-74, dopo esserne stato segretario dal 1968, con la presidenza di Vito Sangirardi. Ma il ruolo non gli ha impedito di essere critico verso gli ordini professionali che invece di promuovere la qualità del progetto «tendono a una acritica distribuzione degli incarichi fra tutti gli iscritti».

Il primo episodio che ci sembra utile richiamare alla memoria è la progettazione del liceo scientifico «Enrico Fermi» in via Celso Ulpiani.  Intendiamo la prima sede della scuola, nata come succursale dello «Scacchi» e che successivamente ha ospitato l’istituto professionale «De Lilla». Con quel progetto i giovani architetti Telesforo (appena laureato a Roma con Saul Greco) e  Sebastiano Cimmarusti  vinsero il Premio In/Arch 1966 per la Puglia. Inaugurato il 18 marzo 1965, il liceo «Fermi» era stato costruito in soli 57 giorni, grazie alla prefabbricazione aperta e alle strutture metalliche (calcolate dall’ingegner Riccardo Tiberini e realizzate dall’impresa Pollice). Per la prima volta a Bari si realizza un edificio adottando una  «struttura spaziale a maglie nodulari»  secondo le tecniche brevettate  da Konrad Wachsmann. Ed è il modulo costitutivo della piastra d’acciaio di copertura che, proiettata al suolo, genera la matrice della articolazione della pianta. Un’opera innovativa, esemplare della possibilità di coniugare architettura e tecnologica della prefabbricazione, in un linguaggio compositivo originale.

Con la stessa fiduciosa apertura all’International Style Telesforo (anche in questa occasione insieme a Cimmarusti) tra il 1964 e il 1967 risolve l’incarico – ed è questo il secondo episodio – di sostituire in via Sparano l’ottocentesco palazzo Antonelli con un edificio che adotta il courtain wall in alluminio anticorodal con pannelli di lamierino porcellanato.

Terzo episodio: negli anni Ottanta e Novanta ritroviamo Telesforo alla prese con il centro storico, nel gruppo di progettisti del Piano particolareggiato di Bari vecchia e poi insieme a Arturo Cucciolla e Carlo Ferrari nella riqualificazione di piazza del Ferrarese con la Sala Murat che ripristina i volumi del demolito mercato delle carni.  Chi ha lavorato con lui in una squadra che riuniva diversi orientamenti politici ne ricorda la franchezza nel confronto sulle soluzioni e l’approccio «laico» alle questioni del restauro attraverso la capacità di privilegiare le esigenze della città.  Sul fonte dell’urbanistica  Roberto Telesforo – convinto sostenitore della densità urbana – aveva idee ben chiare: «Appare assolutamente errato concepire la città come somma di aree specialistiche e quindi occorre opporsi alla creazione dei quartieri esclusivamente residenziali ma anche a tutte le possibili “cittadelle” che periodicamente vengono proposte». E per aver contrastato la Cittadella della Giustizia di Pizzarotti si ritrovò in forte dissenso con Simeone Di Cagno Abbrescia, il sindaco di cui pure era stato consulente.

Telesforo ha interpretato l’interesse per la città, «per Bari» (così intitolò un altro suo volume, edito da Adda nel 1999) con una cultura riformista, impronta degli anni di militanza nel Partito repubblicano, contro gli egoismi  e senza cedere al folklore che sotto i nostri occhi diventa oramai ingrediente del marketing politico locale. «Che senso avrebbe oggi  – scrive l’architetto – arroccarsi in una imprecisata baresità?  Mi piacerebbe che Bari – come ogni altra città – divenisse luogo multietnico di incontro fra intelligenti e civili portatori di diversità (…). Naturalmente sarebbe, o magari apparirebbe, anche bella. In qualche modo prescindendo dalla sua bellezza fisica».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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