PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_04_2017

Addio al volume per costruire ci vuol superficie _ Ansia per il «regolamento tipo»

È solo un elenco, un indice di articoli, ma ha messo in fibrillazione un po’ tutti: tecnici e amministratori comunali, progettisti e imprese edili. Sta per scoppiare il caso del Ret, cioè il «Regolamento Edilizio Tipo», recepito una settimana prima di Pasqua dalla Regione Puglia con una delibera di Giunta, la n. 554/2017, che peraltro è di difficile consultazione non essendo ancora stata pubblicata sul Burp, il Bollettino Ufficiale della Regione Puglia.

L’assessore all’Urbanistica di Bari, Carla Tedesco, ha convocato per oggi una riunione tecnica con i responsabili degli uffici coinvolti per affrontare i prossimi giorni, che si annunciano infuocati agli sportelli.

È la principale preoccupazione di Beppe Fragasso, presidente dell’Ance Bari e Bat (l’associazione degli edili di Confindustria): «I Comuni  non  sono attrezzati alla novità – dice  – ci vorrebbero due o tre  mesi  per adeguare le procedure e comunque bisognerebbe fare qualche simulazione: c’è davvero equivalenza tra la superficie e il volume, parametro del vecchio piano regolatore? A Bari, per esempio,  avrei auspicato l’inserimento delle norme nel Piano urbanistico generale».

I timori di Fragasso non sono  infondati.  All’ufficio tecnico di Altamura, per esempio, non sanno che pesci prendere e nell’incertezza si protocollano comunque le nuove richieste di permesso di costruire, ma con l’avvertenza che nei prossimi giorni i progettisti potranno  essere richiamati per riscrivere tavole e tabelle con il nuovo «vocabolario edilizio».

A Molfetta poi si aggira uno spettro: quello del piano interrato. Il Comune finora non lo calcolava nella volumetria, ma adesso, se non si tratta di superficie «accessoria», quei vani potrebbero finire per essere calcolati nella «superficie utile», la 14ª delle 42 «definizioni uniformi» del Regolamento  Tipo. Probabilmente, è questa la definizione su cui ci sarà lo scontro più aspro.

Comunque, già per il 2 maggio prossimo è in calendario una riunione alla Regione con i rappresentanti dei Comuni e degli ordini professionali (architetti, ingegneri, geometri, eccetera, eccetera…).  Anna Maria Curcuruto sembra pronta a rintuzzare le critiche, a cominciare dal «fattore tempo». Dopo il tavolo tecnico del 22 febbraio scorso, il 30 marzo l’assessore regionale aveva  sollecitato l’invio, entro due settimane, di considerazioni, valutazioni  e contributi da parte dei partecipanti. Ma non è arrivato nulla. E a scanso di equivoci e a futura memoria l’ha pure scritto nella delibera.

D’altra parte l’architetto Cucuruto è particolarmente sensibile al tema. Quando era a capo della ripartizione urbanistica del Comune di Bari fu ad un  passo dal far approvare le 82 pagine di un regolamento edilizio che mandava in pensione,  dopo 80 anni, quello tutt’ora vigente. A questo giro, con un mese d’anticipo sul termine ultimo, conquista un primato: la Puglia è la prima e al momento unica regione d’Italia ad avere recepito lo schema di regolamento tipo partorito dalla intesa tra Stato, regioni e comuni siglata il 20 ottobre scorso. «Di fronte alle Regioni come la Toscana e il Piemonte  che si erano già dotate di regolamenti moderni e che giustamente  difendevano il loro lavoro – ricorda Curcuruto – ho affermato  che è meglio avere un mediocre regolamento valido per tutti che tanti, ottimi  ma diversi regolamenti».

Ma torniamo al nocciolo del problema: riusciranno le nuove norme a convivere con quelle scritte nei piani regolatori, più o meno vecchi? Quel che si muove nella traduzione della nomenclatura e delle definizioni è una rivoluzione «possibile». Abbandonare le volumetrie e ragionare in termini di superficie – come si fa d’altra parte da decenni in  Germania, in Francia o in Olanda – significa pensare l’edificio secondo una diversa filosofia, anche fiscale. Anni fa, quando ancora di discuteva di un nuovo regolamento edilizio per Bari, l’architetto Onofrio Mangini ci spiegò  che solo il passaggio al concetto di superficie avrebbe potuto liberare l’architettura dai vincoli imposti dallo strapotere dell’edilizia corrente. Pensare al progetto con la libertà di approdare anche ad un «ordine gigante» senza curarsi di uno spreco di metri cubi: e perché mai la qualità del costruire non dovrebbe passare attraverso la rivoluzione di una parola?

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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Pubblicato il 27|04|2017, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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