PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_03_2017

Foto di Gabriele Basilico

«Senza comunità dimissioni dall’urbanistica» _ Ferrara Mirenzi, l’esperto scomodo

Lasciò la poltrona di assessore all’urbanistica del Comune di Bari, nel 1987, perché capì che non c’era più nulla da fare: «Una cosa sono le politiche di sviluppo e una cosa sono le politiche per l’acquisizione del consenso – disse -. Qui al Sud la classe dirigente raccoglie consenso ma non stima: il contrario di quello che accade alle persone oneste». Luigi Ferrara Mirenzi, scomparso la settimana scorsa all’età di 79 anni, sapeva bene che le sue dimissioni non avrebbero cambiato il corso delle cose, ma non poteva acconsentire a mettere la sua firma ad atti che giudicava oltremodo dannosi per la città, come abbiamo avuto modo di constatare nei successivi trent’anni di vicende cittadine.

In un articolo di fondo per la «Gazzetta» (13 luglio 2011) Ferrara Mirenzi affronta il tema dell’opinione pubblica attraverso «domande per risposte sincere». Sono stati ben valutati – si chiede – gli interventi urbanistici effettuati a Bari negli ultimi trent’anni?  È mai stata fatta una riflessione sugli effetti economici del «modo di programmare e gestire le aree urbane, privilegiando o no, con apposite misure, manutenzioni di ciò che vale, riutilizzazioni razionali di suoli edificati ed espansioni solo se davvero necessarie, con decorosa edilizia residenziale pubblica distribuita da quella privata?». Il pensiero dell’ex assessore all’urbanistica non si rivolge ai politici di carriera ma ad una opinione pubblica che «attenta, custode e gelosa della libertà responsabile, avrebbe potuto e/o potrebbe impedire danni e vuoti pesanti, pure nei conti pubblici, di scelte scriteriate per assurde mediazioni di forti interessi privati non compatibili con quello superiore della comunità tutta intera».

Esponente dell’ultima generazione del meridionalismo, quella che si è trovata a fare i conti con le contraddizioni dell’intervento speciale dello Stato e con le distorsioni della Cassa per il Mezzogiorno, Ferrara Mirenzi era intellettuale di solidissima, raffinata cultura. I riferimenti più frequenti nella sua scrittura spaziavano da Defoe a Goethe, dall’imprenditore illuminato Adriano Olivetti a Walther Rathenau, l’industriale e ministero degli Esteri della Repubblica di Weimar, assassinato nel ’22 da due sicari dei Corpi Franchi. Quel Rathenau per il quale, sottolinea Ferrara Mirenzi, «l’economia non è solo un affare privato ma anche della comunità».

La figura dell’economista barese suggerisce qualche analogia con la vicenda di Fiorentino Sullo, che nel 1963 da ministro dei Lavori pubblici del quarto governo Fanfani vide la propria proposta di modernissima riforma della legge urbanistica affossata dalla segreteria del suo stesso partito, la Democrazia cristiana. Così Ferrara Mirenzi, democristiano assai vicino a Stefano Bianco, si dimette da assessore comunale all’urbanistica della giunta De Lucia «perché alla Dc – spiegherà più tardi – in fondo ero più gradito come “esterno” che come tecnico impegnato nella gestione. Me ne andai quando si aprì la battaglia sulla revisione del piano regolatore, ed ebbi la prova di quello che avevo sempre sospettato».

Lo scontro avviene sulla gestione del piano Quaroni, approvato dieci anni prima. Da una parte c’è Ferrara Mirenzi che vuole anteporre al rilascio delle licenze edilizie l’approvazione del «Piano dei servizi»: come previsto nella delibera di adozione del piano regolatore, avrebbe dovuto essere prodotto prima della approvazione del Prg. Dall’altra parte c’è la poderosa pressione degli imprenditori per ottenere il via libera a grosse operazioni di completamento edilizio o di sostituzione nei quartieri a ridosso del centro, in particolare Libertà e Carrassi, e alla vaste lottizzazioni del direzionale di Poggiofranco.

In questa tensione – che si rivelerà decisiva – si fa spazio anche l’esigenza di tutelare il centro storico. Ricordiamo un incontro organizzato dall’Adirt alla fine del 1985 sul tema – attualissimo in queste ore – «Un itinerario sulla Muraglia: dal Margherita a S. Scolastica». In quella occasione, con gli architetti comunali Davide Cusatelli e Giuseppe Romanelli, l’assessore in carica Ferrara Mirenzi e l’architetto Arturo Cucciolla (coprogettista del Piano particolareggiato di Bari vecchia) si confrontano aspramente sulle strategie per governare il risanamento di Bari vecchia, condizionate dall’intervento di enti pubblici: dalla Cassa per il Mezzogiorno (ad esempio, l’Isolato 49) all’Università (S. Teresa dei Maschi e S. Scolastica). Molti anni dopo Ferrara Mirenzi avrebbe forse rivisto il suo giudizio così fiducioso e favorevole, convintosi intanto che «sciupii ed inquinamenti irreparabili possono essere compiuti da soggetti privati e/o pubblici». E ci viene ora alla mente – non a caso – la faccenda odierna del vincolo di tutela del Castello Normanno-svevo ignorato dal Genio Civile

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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