PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_03_2017

La Sirenetta a mare progetto degli architetti Chiaia e Napolitano 1957_1960

Mare di Levante prigioniero del passato ostile _ Parco urbano o lottizzazioni?

Sempre alla ribalta il futuro della costa di Levante. Progetti, studi e convegni si rincorrono e tutti insieme tentano il sorpasso, per arrivare al traguardo prima del nuovo piano urbanistico generale. Per mettere l’Amministrazione comunale e i suoi tecnici di fronte al fatto compiuto, secondo una strategia che fu già messa in atto con successo ai tempi del piano Quaroni.

Se ne è avuta una conferma sabato scorso, al Politecnico, con l’incontro promosso dal Rotary club Bari Ovest. In quella occasione l’assessora all’urbanistica del Comune di Bari, Carla Tedesco, ha annunciato che, riunendo e confrontando le idee e le proposte già sul tappeto (dello stesso Comune, del Politecnico di Milano) oppure in arrivo (dalla Confindustria di Bari e Bat), la giunta Decaro approverà un «documento direttore», per lanciare entro l’anno un concorso internazionale per la costa di Levante, con la dichiarata intenzione di anticipare le decisioni del Pug.

Onesta iniziativa che spariglia la partita e ricorda quel «Piano delle certezze» che a Roma avrebbe dovuto garantire il nuovo piano regolatore dai sabotaggi dei principi immobiliari e al tempo stesso rimettere in moto l’economia dell’edilizia senza attendere i tempi lunghi della politica. Sappiamo però come è andata a finire, con i velenosissimi crediti urbanistici che volteggiano sulla capitale e il caso dello stadio della Roma con grattacieli incorporati, plastica rappresentazione della «urbanistica contrattata».

Così come a Roma, il problema anche a Bari è tutto inscritto nelle gigantesche previsioni del piano regolatore vigente, ormai insostenibili, la cui cancellazione è però un tabu. Non se ne parla, nella speranza di «contrattarla» il più tardi possibile.

A ben considerare i fatti, il degrado in cui versano oggi quei quattro, cinque chilometri di costa, da Punta Perotti a San Giorgio, non sono il frutto dei vincoli paesaggistici, come si vorrebbe far credere, ma proprio delle generose promesse edificatorie del piano Quaroni che hanno bloccato qualsiasi iniziativa, in attesa che fossero maturi i tempi per le lottizzazioni. Il ristorante «La Sirenetta a mare», pregevole architettura di Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano alla fine degli anni Cinquanta che aveva la sua forza nella solitudine con cui segnava il paesaggio, è stata la vittima eccellente dell’abbandono prodotto dal bulimico piano Quaroni, che pure indirizzava il settore orientale della città alle attività turistiche e del tempo libero: un paradosso.

Nel convegno di sabato scorso è stato chiarissimo il giurista Vincenzo Caputi Jambrenghi, evocando scenari europei, dalla Spagna le cui spiagge sono tutte libere alla Francia che ha creato una autorità centrale incaricata di riacquistare per lo Stato il patrimonio immobiliare afflitto da una frantumazione della proprietà privata: «Se si vuole salvare la costa – ha detto – bisogna renderla pubblica. E bisogna chiudere per sempre con le nuove edificazioni».

In questa visione che restituisce al pubblico la sua funzione di governo del territorio «nell’interesse di tutti i cittadini, ricchi e  poveri» si è ritrovata a suo agio l’urbanista (ed ex assessore regionale) Angela Barbanente, che rilancia l’idea di un grande parco urbano, coerente con il Piano regionale del paesaggio: «Non si deve più utilizzare la costa per banali attività residenziali o produttive, perché di una risorsa come il mare si possono fare certo tante cose, ma dobbiamo decidere se continuare a sfruttare o invece iniziare a tutelare, valorizzare e riqualificare». 

E ci torna alla mente, allora, il pensiero critico di un maestro indiscusso del Novecento europeo: Giancarlo De Carlo. Intervistato nel 2004 per la rivista «Domus» da Stefano Boeri, che gli chiedeva una lista di temi nuovi per l’architettura, De Carlo rispondeva: «È una lista infinita… Ma possiamo partire da alcuni temi basilari e di grande attualità, come ad esempio l’idea banale che abbiamo del mare: l’idea del mare come luogo di divertimento, dove nuotare, in cui viaggiare pacificamente. Ma il mare oggi è anche quotidianamente attraversato da gente che cade in acqua, che muore; da sciami di persone che cercano un luogo in cui sbarcare (…). Oppure quello della partecipazione degli abitanti alle scelte di progetto. Oggi se ne parla molto, ma in realtà quale forma di partecipazione si pratica?».

Considerazioni non certo profetiche ma in largo anticipo, almeno per la scena barese su cui questi temi si affacciano ora.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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