PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_03_2017

Case operaie: la colonia Alfredshof | schizzo di Mauro Amoruso

L’espansione soffoca le case popolari _ Il paradosso: alloggi vuoti, fitti alti

«Non siamo in presenza di una carenza di alloggi, anzi c’è una sovrabbondanza di appartamenti non affittati». L’affermazione che in apparenza smentisce il dogma della cosiddetta emergenza abitativa è di uno che di edilizia e di urbanistica se ne intende. Franco De Lucia, oggi presidente dell’Uppi (l’associazione dei piccoli proprietari di immobili), è stato in passato sindaco di Bari. Erano gli anni Ottanta, gli anni in cui muoveva i primi passi la variante generale al Piano regolatore di Bari, che porta la firma di Ludovico Quaroni. Erano gli anni in cui si mettevano all’incasso le prime «lettere di credito» della speculazione fondiaria, grazie ad una politica urbanistica iperespansiva, congegnata per il mito della Città-Regione.

Ora Franco De Lucia, intervistato da Ninni Perchiazzi, dichiara alla Gazzetta (21 febbraio scorso): «Sarebbe il caso di porre la massima attenzione nel rilascio di autorizzazioni e lottizzazioni. Oltre all’invasione del cemento, il rischio è la sovrabbondanza, con l’ulteriore riduzione del valore degli immobili e con conseguenze negative per le imprese».

Chissà se qualcuno avrà la curiosità di invitare l’avvocato De Lucia ad una audizione nella Commissione urbanistica del Consiglio comunale. Potrebbe essere illuminante il suo punto di vista, per esempio, per una più approfondita valutazione del caso della cosiddetta «maglia 10», in territorio di Ceglie,  sul ciglio della lama Picone. Gli si potrebbe chiedere cosa pensa, per esempio, di quella lottizzazione data per sospesa e in realtà bocciata dal Consiglio di Stato perché tecnicamente sbagliata.

Ma il tema è più ampio e trascende il caso di qualche sfortunata cooperativa trascinata in un estenuante contenzioso perché agganciata ad interessi privati ben più importanti. Il tema è più ampio perché investe la strategia del futuro disegno urbano: con o senza quei quindici milioni di metri cubi – in gran parte residenziali – che «avanzano» dal Piano Quaroni. Tagliare o confermare, non importa dove? Il dilemma è tutto qui e l’«emergenza abitativa» non c’entra un fico secco, come sanno quelli che hanno letto qualche buon libro.

«È una pura illusione pensare che col mettere un numero maggiore di case sul mercato si sia risoluta la questione delle abitazioni operaie. In questo modo si agisce su uno solo dei punti del problema e si lascia insoluto l’altro, non meno importante: come farà l’operaio a pagare i più alti fitti delle case migliori?». Chi si pone questa domanda – lo stile elegante della lingua non lo fa contemporaneo, a dispetto dell’attualità del ragionamento – è niente di meno che Luigi Einaudi.

Grazie ad un prezioso regalo d’antiquariato, siamo andati a rileggere queste parole nella prefazione che l’economista liberale scrisse per il libro «Case e città operaie»,  dell’ingegnere barese Mauro Amoruso. Edizione Roux e Varengo, 1903. Nelle pagine introduttive Einaudi – all’epoca professore di scienze delle Finanze all’Università di Torino, dove s’era laureato Amoruso, che avrebbe poi fondato a Bari l’Istituto delle  case popolari – continua a chiedersi: «E quando i fitti siano lasciati immutati, chi pagherà la differenza fra il costo delle abitazioni e i fitti? Non saranno spesso le classi operaie medesime le quali in massa vedranno crescere il costo della vita nello scopo di poter fornire delle case al di sotto del costo ad alcuni piccoli nuclei di privilegiati? E non è assurdo concedere dei sussidi, gravosi per i contribuenti, per la costruzione delle case operaie, mentre non si pensa a frenare in nessun modo con un’imposta – che a molti pare di sicuro e benefico effetto – il vertiginoso aumento del valore delle case edilizie?».

Era tutto così chiaro! E infatti le nazioni europee intrapresero presto la strada della edilizia residenziale pubblica. Una politica difesa tuttora in Europa e abbandonata da tempo in Italia.

Come è  pensabile – sostiene Enrico Puccini nel recente volume «Verso una politica della casa.  Dall’emergenza abitativa romana ad un nuovo modello nazionale» (Ediesse) – sostenere la sfida con la crisi economica se da una parte si tende sempre più ad immobilizzare l’Italia con oltre il 70% di unità immobiliari in proprietà privata e minuta e dall’altra si sostengono politiche del lavoro basate sulla precarietà e sulla mobilità? Non può essere un caso che i Paesi europei dove gli effetti della crisi economica sono stati più pesanti sono Spagna, Italia e Grecia ovvero i Paesi europei in cui l’incidenza degli alloggi in proprietà è più alta. Al contrario in Germania – motore dell’economia europea –  il 60% della popolazione vive in affitto e questo dimostra la stretta correlazione tra lavoro e abitare.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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