PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_02_2017

«Japigia S. Anna come Miami» Il grande inganno _ Una catastrofe urbanistica 

Un disastro con vista mare (provvisoria): è il quartiere Sant’Anna. Non vorremmo essere nei panni dell’assessore all’Urbanistica tra dieci anni. Perché non sapremmo contro chi imprecare, quali santi tirare giù a testimoniare che altri hanno la grave responsabilità di aver fatto nascere la peggiore periferia, proprio mentre dicevano di darsi tanto da fare per «riqualificare» quelle vecchie, «rigenerare» gli spazi degradati, «rammendare» i pezzi slabbrati della città contemporanea, come si dice oggi. Chiacchiere. Volevano solo accendere le betoniere e impastare calce, malta e asfalto.

Attirati dalla curiosità di vedere le nuove architetture realizzate, siamo andati sul posto. In via Mimmo Conenna ci aspettiamo qualcosa all’altezza della intitolazione della strada all’artista del pop barese, scomparso prematuramente diciotto anni fa. E troviamo un edificio semicircolare che fascia con le sue logge continue la testata tondeggiante della vasta area. Un bel lavoro in sé, frutto della colta e raffinata matita dell’architetto Stefano Serpenti. Ma anche la dimostrazione che l’architettura di qualità non è in grado di suscitare emulazione se non si danno le condizioni del contesto. Basta voltare lo sguardo dall’altro lato di via Conenna per rendersi conto che nemmeno a un architetto come Gian Luigi Sylos Labini riesce di raddrizzare – con la progettazione esecutiva – il disegno di un isolato di alloggi pubblici (l’ex Iacp) nato male e allevato peggio.

Ci aggiriamo nel deprimente paesaggio edilizio di Sant’Anna alla ricerca di un senso delle cose e dello spazio. E ci sembra di fare un viaggio nel passato, ripiombati indietro di trent’anni, ma in una città fantasma. Sarà per l’atmosfera uggiosa di un lunedì mattina, ma l’unico essere umano che incontriamo è un omino intento a rovistare con un’asta di ferro nei cassonetti della spazzatura che occupano la carreggiata, perché non c’è spazio per sistemarlo al sicuro dal traffico. D’altra parte, siamo costretti a fermare l’auto in curva, alla ricerca di un bar. È l’unico in tutto il quartiere ed è chiuso. Attraverso la vetrina vediamo le bianche sedie appoggiate gambe all’aria sui tavolini e ci assale un senso di tristezza infinita. Ci rianima solo l’indignazione nel vedere che sul retro una veranda allarga il locale lì dove avrebbe dovuto esserci uno spazio comune. L’avranno autorizzato? E perché no? Siamo a Bari, bellezza!

Due serrande più in là c’è una palestra: chiusa, ma ci raccontano che il gestore da un po’ si chiede come Bruce Chatwin: «Che ci faccio qui?».  Ci sarebbe, è vero, una rosticceria viaggiante parcheggiata in via fratelli Prayer: è l’una è mezzo del pomeriggio ma preferiamo digiunare. Svoltiamo a destra e imbocchiamo via Germania. «Via» è un eufemismo: un percorso di guerra fra le pietre e il fango e i tombini della fogna che spuntano per trenta centimetri, in attesa di un asfalto che verrà. Su questa sedicente via si affaccia un’edilizia privata e convenzionata che ha fatto volentieri a meno della qualità architettonica. Ma non è tutta colpa di progettisti. All’origine del male c’è un piano particolareggiato privo di un disegno urbano unitario e coerente. Anzi, sembra un catalogo tipologico: case in linea, condomini a corte chiusa, isolati quadrati e blocchi triangolari e stecche curve. E in questo festival delle forme geometriche si è perduto chissà dove e chissà come il senso e la capacità dello spazio pubblico. Ogni edificio si è chiuso dietro il suo muro di cinta, dietro cancelli automatici e videocitofoni. Non c’è una sola piazza e quelle forse ipotizzate sono state inghiottite nell’inadempienza dei privati.

E questo è solo il primo di tre comparti della cosiddetta «maglia 22». Domani sarà peggio, perché i soci in fuga sgretolano le cooperative del terzo comparto e i proprietari del secondo sono in difficoltà finanziarie. Della chiesa che doveva sorgere di fronte al mare s’è persa traccia. Non ci sono scuole – nemmeno progettate – e non ci saranno nei prossimi anni. L’assessorato comunale ai Lavori pubblici che confidava nel concorso nazionale per le «scuole innovative» ha ingoiato senza reagire la decisione del Miur di cancellare Bari dalla gara, a pochi giorni dalla scadenza, dopo una sentenza del Tar.

Ricordiamo l’entusiasmo con cui l’allora sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia in un salone dell’hotel Ambasciatori presentava il piano particolareggiato da 240mila metri cubi per 2.500 abitanti, concepito negli anni 80 ed ereditato da amministrazioni antiche: «In dieci anni Japigia diventerà come Miami». Era il 2002, quindici anni fa. Benvenuti in Florida!

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

Annunci

Pubblicato il 15|02|2017, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. A noi non resta che piangere? Perché intanto si ride e si balla tra la gente in largo Albicocca. Allegria! È San Valentino 😟
    Grazie Nicola Signorile, ma mi sa che in questa città nessuno ascolta…
    MCristina

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: