PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_02_2017

Bene comune, Assemblea nell’ex conservatorio S. Maria della Fede, a Napoli

Bene comune, Assemblea nell’ex conservatorio S. Maria della Fede, a Napoli

Con i «beni comuni» Renzo Piano rammenda periferie _ A confronto Marghera e la Rossani 

Renzo Piano si schiera dalla parte dei beni comuni e della partecipazione dal basso. Grazie al maestro-senatore abbiamo la possibilità di allontanare il sospetto che in questa rubrica si coltivi un pregiudizio contro le archistar. I grandi architetti non sono tali solo quando progettano i grattacieli ma anche e soprattutto quando contestano le convenzioni. Per esempio quella dei parcheggi, che proprio Renzo Piano rinunciò a realizzare nei sotterranei della Torre delle Poste, nel centro di Londra. Sua è la teoria del «rammendo delle periferie» e – nonostante l’aria un po’ gozzaniania – lo slogan ha conquistato tutti: tecnici, imprenditori e politici, i quali tuttavia hanno spesso frainteso prefigurando solo di lavori pubblici. 

Dunque, rammendando in giro per l’Italia, l’architetto genovese ha spedito in Laguna il gruppo di giovani G124, finanziato con il proprio stipendio di senatore a vita. Dopo un anno di attività e soprattutto un laboratorio di partecipazione al quale ha partecipato egli stesso (non è mica Fuksas!) il progetto è pronto e – per realizzarlo – Piano chiede al Comune di Venezia di adottare il regolamento dei beni comuni messo a punto da Labsus, il Laboratorio nazionale sulla sussidiarietà. In breve, il progetto intitolato «Marghera terreno fertile. Dalle buone pratiche alle politiche» prende le mosse dal riuso di un edificio abbandonato – la scuola Edison –  e ultimamente utilizzato in parte come dormitorio della Caritas, per farne un centro civico e culturale affidato a una rete che tiene insieme una dozzina di associazioni: «Orma», cioè Officina Riuso Marghera.  «Ogni tappa è stata discussa, valutata e scelta con gli abitanti», racconta l’architetto Anna Merci, che insieme a Laura Mazzei e Nicola Di Croce guida il gruppo. Dagli spazi messi a norma e ridisegnati all’abbattimento dei muri di recinzione, alla creazione di un «giardino del fitorimedio», il progetto si è spinto sino alla creazione di una dorsale ecologica, un corridoio verde lungo tre chilometri: «un bosco nel cuore della città», come lo definisce il tutor del gruppo dei giovani di Renzo Piano, l’architetto Raul Pantaleo.

La storia veneziana suggerisce più di una analogia con Bari e la Caserma Rossani. Stiamo parlando infatti di spazi pubblici abbandonati da rigenerare, di progettazione partecipata e di associazioni di cittadini e di bosco urbano. Non è solo una coincidenza se ieri si è svolto un sopralluogo nell’area di via Gargasole, che sta per essere aperta e che è figlia della battaglie delle associazioni per la creazione nella Rossani del primo bosco urbano, suggerito da Gilles Clément dopo la sua visita a Bari. E non è una coincidenza se domani nell’auditorium si riunisce la Consulta comunale dell’Ambiente per discutere del regolamento dei beni comuni, proprio quello elaborato da Labsus. Bisognerà discuterne: il regolamento bolognese è un importante passo avanti nella politica dei «beni comuni» ma è trattenuto dalla zavorra del rapporto patrimoniale imposto dall’amministrazione municipale che – in definitiva – si assolve da ogni impegno e scarica tutte le responsabilità sui firmatari del «patto» (un eufemismo per non dire contratto). Più avanzato ci appare invece l’approccio napoletano e un confronto non sarebbe inutile.  Con la delibera 446 del 2016 la giunta di De Magistris ha riconosciuto in sette immobili occupati la qualità di «spazi che per la loro stessa vocazione (collocazione territoriale, storia, caratteristiche fisiche) sono divenuti di uso civico e collettivo per il loro valore di beni comuni».

La delibera individua gli spazi che i napoletani hanno sottratto al degrado come «spazi di rilevanza civica ascrivibili al novero dei beni comuni», riconoscendo così non solo il valore economico degli immobili, ma anche il valore sociale delle esperienze che li vivono. Non sono anonimi edifici di periferia, ma sette grandi immobili, carichi di valori storici e architettonici: dall’ex convento delle Teresine all’ex ospedale psichiatrico giudiziario, dall’ex carcere minorile Filangeri al conservatorio di Santa Maria delle Fede, occupato nel 2014 da associazioni e residenti del centro storico.

L’esperienza napoletana nasce dal basso, da situazioni anche conflittuali (e la città è il luogo del conflitto, come sanno gli urbanisti che hanno letto Benjamin e Foucault). Nasce per energie spontanee e bisogni sociali e desideri di relazione. È l’effetto di una protesta che si evolve nel «passare all’atto» – come direbbe Bernard Stiegler – e ambisce alla conquista di uno spazio pubblico. «L’esperienza vissuta nella ex Caserma Rossani – dicevano la settimana scorsa i giovani del collettivo, festeggiando i tre anni di occupazione – non è legata a questi padiglioni fatiscenti che abbiamo ripuliti e riempiti di attività. Non siamo affezionati ai luoghi». In questo senso, l’esperienza della Rossani è l’affermazione di un bisogno di spazio politico – uno spazio immateriale, nel senso che a questa espressione attribuiscono i sociologi francesi, Thierry Paquot, innanzitutto.

I tre anni di occupazione della Rossani hanno riversato sulla scena politica cittadina temi mai finora sfiorati: i temi appunto dei beni comuni e della autogestione, che mettono in crisi la rassicurante dicotomia tra patrimonio pubblico e proprietà privata, perché mettono in discussione e infine negano il valore immobiliare dello spazio percepito come «bene comune».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

 

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Pubblicato il 08|02|2017, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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