PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_02_2017

Cause di lavoro, lontane dagli occhi lontane dal cuore _ Realismo dell’edilizia giudiziaria

Con una buona dose di «razionale pessimismo» il presidente facente funzioni della Corte di Appello di Bari, Egiziano Di Leo, ha spiegato alla platea della inaugurazione dell’anno giudiziario, sabato scorso, che non c’è nessun valido motivo per aspettarsi che il governo Gentiloni metta mano alla scarsella per risolvere i problemi dei  luoghi in cui si amministra a Bari la giustizia: cioè procure e tribunali.

Il tema è vecchio, di nuovo c’è che questa volta non si poteva mettere sul banco degli imputati il sindaco di Bari, perché ormai la responsabilità di provvedere è dello Stato. Per una singolare coincidenza strale, la relazione di Di Leo viene a ridosso di tre fatti: 1) il piano degli interventi della Direzione della Agenzia del Demanio; 2) l’ipotesi di trasferimento a Modugno della sezione Lavoro del Tribunale civile; 3) la lettera con cui la Commissione europea comunica di concludere la procedura di infrazione contro l’Italia dopo che il Consiglio di Stato ha recepito la sentenza della Corte di giustizia europea che ha bocciato per sempre il progetto della cosiddetta «Cittadella della giustizia» di Pizzarotti come una clamorosa violazione dei principi di legalità e trasparenza su cui è fondata l’Unione europea.

Torniamo alla relazione di Di Leo: il reggente della Corte d’Appello ha ricordato «l’inidoneità e l’insufficienza»  della sede di via Nazariantz, «in un edificio di proprietà dell’Inail e  originariamente destinato ad altro uso». Qui però ricordiamo che la trasformazione di un palazzo d’uffici in tribunale avvenne sotto precise richieste e indicazioni della Commissione di manutenzione presso la Corte d’Appello, e che il presidente dell’epoca (ottobre 2000) sollecitò il Comune addirittura ad acquistare l’immobile. La stessa Commissione di manutenzione che ha impedito nel 2009 l’esecuzione di lavori di  ristrutturazione («troppo invasivi») del Palazzo di giustizia di piazza De Nicola, mandando in fumo un appalto già  aggiudicato.

La manutenzione straordinaria del vecchio Palagiustizia è tuttora necessaria ma le ragioni di sicurezza non sono forse così pressanti se l’Agenzia del Demanio ha rinviato alle «future programmazioni» i quattro lotti di lavori validati dal provveditorato alle opere pubbliche per un importo complessivo di oltre tre milioni e mezzo di euro. Il presidente Di Leo annuncia però che nei giorni scorsi sono stati rifinanziati i lavori di adeguamento degli impianti elettrici e alle norme antincendio. Bene, considerati i precedenti converrà non perdere d’occhio questo appalto: non vorremmo che qualcuno pensasse intanto ad una dismissione del palazzo per farne una sovrabbondante (e costosissima) sede degli uffici comunali, mentre la giustizia si trasferisce  nell’area delle casermette di via Fanelli, svuotando il Libertà di una funzione fondamentale per l’equilibrio sociale e civile di quel quartiere pur bisognoso – nella mitologia istituzionale – dei cosiddetti «presidi della legalità».

Intanto, un «presidio» potrebbe assai presto fare le valigie: il presidente del Tribunale civile, Domenico De Facendis, ha riproposto l’intenzione di trasferire la Sezione Lavoro nel Palazzo di Giustizia di Modugno,  svuotato con la soppressione della sezione distaccata  del Tribunale, per liberare spazio nel palazzo di piazza De Nicola in vista dell’accorpamento a Bari delle sedi periferiche: con Modugno, Altamura e Rutigliano.

L’annuncio ha suscitato la immediata protesta degli avvocati lavoristi che prefigurano i disagi, essendo costretti a fare la spola tra Modugno e Bari, dove resterebbe l’Appello. Ma c’è  un aspetto sociale che sembra prevalente. Il processo  del lavoro – ad oggi, sono aperte oltre 50mila cause – è tra quelli del «civile» il più affollato di ricorrenti e di testimoni, che sarebbero costretti ad andare a Modugno, in un palazzo peraltro lontanissimo della stazione ferroviaria.

Il trasferimento appare in aperta contraddizione con l’obiettivo della  concentrazione in una sede unica, un obiettivo che fu il «mantra» della «cittadella» e che un approccio più realistico dovrebbe tradurre in un polo della giustizia da realizzare fra edifici esistenti e palazzi da costruire, all’interno del quartiere Libertà. Ricordiamo agli immobiliaristi creativi d’oggi che a febbraio 2007 la Regione, la Provincia e il Comune produssero uno «studio preliminare» in cui si indicavano vantaggi e limiti delle tre ipotesi sul campo, privilegiando quella denominata «consolidamento». Nessuno studio di fattibilità ha finora smentito quelle analisi e quelle previsioni. È un fascicolo di 42 pagine dimenticato in qualche cassetto.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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