PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 04_01_2017

discarica sulla costa palermitana di S. Erasmo

Senza cittadini il mare non bagna Bari nè Palermo _ Le analogie di Salvatore Settis

Le città di mare si assomigliano. E anche Bari, benché priva di un golfo, ha tratti comuni con altre città d’acqua, nel bene e purtroppo anche nel male. Per esempio, e rispettate le necessarie proporzioni, sia Bari che Palermo hanno una costa (in entrambi i casi a sud-est del centro urbano) segnata da forte degrado ambientale, sul cui futuro si discute da tempo e oramai – nella stagione della «riqualificazione  urbana» – con una certa insistenza.

Gettare lo sguardo oltre lo steccato, vedere cosa si fa e si dice in altre città, instaurare un confronto, è sempre una buona pratica: e magari si impara qualcosa. Nelle prossime settimane si tornerà a parlare di progetti per la costa di Levante, a Bari. Il primo appuntamento è per il 20 gennaio, all’Urban Center, con il convegno che conclude la mostra «Sea and the City», esito della ricerca del Politecnico di Milano diretta dall’architetto Laura Montedoro. Poi sarà la volta di «Watch», il master del Reale Politecnico di Stoccolma (KTH), iniziato la scorsa estate,  che pure è alle battute finali. E poi ancora, si attendono le proposte progettuali promosse dai costruttori di Ance e Confindustria.

Insomma, c’è confronto se non proprio concorrenza. Esattamente come avviene a Palermo, dove il 16 dicembre scorso si sono tenuti due convegni «rivali».  Il primo, intitolato «Costa Sud. Turismo ecosostenibile», organizzato dal centro studi «Ernesto Basile», affollato di assessori comunali e regionali, è stato aperto dalla presentazione di un progetto urbanistico-immobiliare, illustrato dall’architetto Salvatore Saladino e declinato sulla bonifica della costa in funzione di uno sfruttamento turistico. Il secondo, organizzato dal «Comitato per la rinascita della costa e del mare di Palermo» – un comitato di cittadinanza attiva – , ha visto il coinvolgimento di numerosi docenti dell’università palermitana e di molti ospiti. Fra i relatori: il sociologo Franco La Cecla, il paesaggista di Amburgo Frank Goerge e l’architetto parigino Zoé Benoit.

La costa sud-est di Palermo, dominata dallo sperone del monte Pellegrino, che nel suo «Viaggio in Italia» Wolfgang Goethe definì «il più bel promontorio del mondo», è un luogo carico di storia e di natura, con gli antichi approdi dei pescatori di S. Erasmo e della Bandita e la torre di Acqua dei Corsari. Ma tutto ciò non ha impedito che sui ruderi di una industrializzazione rapace sia cresciuta negli anni una gigantesca discarica abusiva, lunga sette chilometri. In molti tratti non sarà più possibile recuperare la meravigliosa scogliera. Un disastro ambientale, sul quale il convegno del «Comitato per la Rinascita» ha invitato a discutere per una riqualificazione che  tenga insieme l’ambito storico, quello ecologico-paesaggistico e l’ambito sociale. L’accademico dei Lincei Salvatore Settis è intervenuto al convegno parlando di «Diritto al paesaggio, diritto alla città: dal tradimento al riscatto». La tesi di Settis è che «la difesa dell’ambiente e dei paesaggi non è un lusso estetico di anime belle, ma un diritto da reclamare nell’interesse della collettività».

La crescita delle città italiane annulla la distinzione tra città e campagna, agglomerando periferie e centri storici in abbandono, infrastrutture e discariche abitate, «Junkspace», secondo la definizione di Rem Koolhaas. Tuttavia «abbagliati da una colpevole estetizzazione dello spazio, anche se devastato   – afferma Settis – tendiamo a non vedere intorno a noi croniche topografie del disagio individuale e sociale» e finiamo per allarmarci solo quando l’inquinamento minaccia la nostra salute.

Settis allora chiede in prestito alla psichiatria la definizione di una patologia al tempo stesso individuale e collettiva: la dismorfofobia. «La forma distorta della città e dei paesaggi – dice – provoca sofferenze individuali e disturbi del corpo sociale». Siamo ben oltre l’«angoscia territoriale» diagnosticata da Ernesto De Martino, perché riguarda non chi parte, ma chi resta. E se questo è vero, allora «non c’è salvezza per le città e i paesaggi che non passi per una politica del lavoro. Precisamente il contrario di quel che vanno facendo i nostri governi, puntando sull’edilizia in nome non dei cittadini ma delle imprese».

La via d’uscita? Il professor Settis fa affidamento sulle energie di comitati e associazioni  (come, a Bari, il comitato per il parco del Castello o i comitati della Rossani): «È venuta l’ora di vedere nello spazio che abitiamo non una merce passiva da sfruttare ma il vivo scenario di una democrazia futura, innervata dal diritto al paesaggio (articolo 9 della Costituzione) e dal diritto al lavoro (articolo 4)».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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