PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_12_2016

img_0178-27-12-16-05-00-1Il «no» di Helsinki al Guggenheim fa eco alla Rossani _ Studio di fattibilità: una trappola

Non si va lontano con gli studi di fattibilità. Perché non danno nessuna garanzia di qualità e, a ben guardare, nemmeno assicurano il buon esito di un concorso di architettura o di un appalto di lavori pubblici. Di esempi ce n’è a bizzeffe, in Italia e in Europa. Perciò gli amministratori comunali di Bari farebbero bene a fermarsi un attimo, a riflettere sul senso e l’efficacia di questo prodotto ibrido, a mezzo fra l’economia e l’ingegneria, che finisce per camuffare l’intenzione politica sotto una maschera tecnocratica, apparentemente neutra. Materia sfuggente: quando i risultati vengono divulgati, se piacciono è già un progetto, altrimenti «è solo uno studio di fattibilità, non impegna nessuno, poi si farà il concorso». L’abbiamo già sentito dire a proposito delle idee per la riqualificazione del lungomare.

L’ultimo studio di fattibilità è quello partorito dallo «staff tecnico del sindaco» (si scopre che c’è uno staff autonomo) e fatto proprio da Invitalia, in vista dell’appalto per la costruzione della sede dell’Accademia di Belle Arti nella ex Caserma Rossani. Il dettaglio nient’affatto secondario di un parcheggio interrato da 550 posti-auto a discapito del parco reclamato dai cittadini ha attirato sullo «studio» l’attenzione del laboratorio di partecipazione, che è tornato a riunirsi ieri nell’Urban center. In verità si tratta di uno strano documento, senza firma e senza intestazione, che riesuma un analogo studio di fattibilità, polpa di una delibera approvata dalla Giunta comunale alla fine del 2011 e annullata quattro mesi dopo, per le proteste dei comitati di cittadini.

Chi protestò allora torna a protestare oggi e d’altra parte c’è chi sbuffa perché le proteste rallentano le decisioni, ostacolano il «fare», mentre altrove sanno cogliere le occasioni e non perdono tempo. Non è così. E quel che è accaduto poche settimane fa a Helsinki lo dimostra.

Può essere utile, allora, sapere come è finita la faccenda del museo Guggenheim della capitale finlandese: il consiglio comunale a stragrande maggioranza ha votato contro anche perché il progetto di iniziativa privata comportava un investimento pubblico. Infatti, sul costo preventivato di 130 milioni di euro, la Fondazione Guggenheim Helsinki ne ha raccolti soltanto 10 fra i privati. E questa è già una prova di quanto fosse illusorio e pericoloso lo studio di fattibilità che nel 2010 aveva messo in moto la macchina. Nel 2014 è stato bandito dal Comune e dalla Fondazione un concorso internazionale di architettura: su 1.715 progetti, ha vinto quello presentato dallo studio parigino Moreau Kusunoki Architectes. Giovani i vincitori, come la maggior parte dei partecipanti, che hanno risposto da tutto il mondo ma pochissimi dalla Scandinavia (e questo era già un segnale di malcontento). Formazione nipponica di altissimo livello: Nicolas Moreau si è formato con Kengo Kuma e Hiroko Kusunoki con Shigeru Ban. Fondato nel 2011, lo studio parigino ha già realizzato opere di rilievo come il teatro di Beauvais, la «Casa della memoria» a Cayenne ed ha disegnato una piazza del Polo della giustizia di Parigi, progettato da Renzo Piano.

Sul fronte mare, affacciato sul porto e a ridosso della stazione marittima internazionale, il museo Guggenheim concepito dai vincitori consiste in padiglioni separati, un «paesaggio urbano permeabile», caratterizzato da un tessuto di spazi aperti che «connette il museo con il resto della città», dicono i giovani parigini.

Il presidente della giuria del concorso, Marc Wigley della Columbia University, ha descritto con entusiasmo il progetto vincitore: «Paesaggio orizzontale frammentato e privo di gerarchie, in cui arte e società possono incontrarsi e stabilire un dialogo nel pieno rispetto del sito». Ecco un utile esempio di come la critica in architettura possa dividersi, usando lo stesso linguaggio sia per approvare che per bocciare un progetto. Per gli oppositori, infatti, non c’è alcun dialogo con il contesto: le architetture di Engel, l’edilizia neoclassica del centro storico dominata dalla cupola della cattedrale. L’architetto e deputato Andres Adlerkreuz ha stroncato il progetto vincitore accusandolo di una «visione consumistica e turistica dell’arte». E anche l’autorevole quotidiano «Helsingin Sanomat» ha dato voce alle contestazioni: «No alla colonizzazione culturale americana che toglierebbe risorse economiche alla rete dei musei della capitale».

Per come si sono messe le cose, c’è motivo di credere che il Guggenheim di Helsinki non vedrà mai la luce. Eppure lo studio di fattibilità diceva che era un affare.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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