PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_12_2016

Progettare la costa per l’urbanista è l’ultima spiaggia? _ La mostra «Sea & the City» e l’aria che tira

Che ne sarà degli urbanisti? Hanno un futuro? Oppure ne possiamo fare a meno? Questa domanda continuava a venire a galla guardando tavole e plastici esposti all’Urban center per l’inaugurazione – lunedì  scorso – della mostra «Sea & the City», che si concluderà il 20 gennaio prossimo. Gli studenti del Politecnico di Milano, sotto la guida dell’architetto Laura Montedoro (barese di origine), hanno concluso i loro lavori di progettazione lungo i 42 chilometri di costa barese. In realtà progetti dentro la città (spinti fino al San Paolo) perché la costa non è stata assunta come linea astratta, ma in quanto margine di un interno, confine critico di un territorio carico di storia e di natura, di costruzioni  e di vuoti, di usi e di abbandoni.

La domanda sul futuro degli urbanisti ritornava insistente al pensiero che un’altra università, il Politecnico di Stoccolma, sta lavorando sul tema del fronte-mare, in particolare quello di Levante. E poi c’è lo studio che la scuola di architettura del Politecnico di Bari, in accordo con l’associazione degli imprenditori edili, sta per rendere pubblico e che riguarda ancora la costa Sud. Insomma, tante idee che si metteranno inevitabilmente a confronto e di cui dovrà tenersi conto nella redazione finale del Pug, il piano urbanistico generale.

Per l’amministrazione comunale sono regali di un certo valore, tutte queste idee, che dimostrano una indiscutibile vitalità dell’urbanistica intesa come progettazione alla scala urbana. Effervescenza che però contraddice la tendenza più recente. Si chiama «Schumacherismo» ed è l’ultima novità per chi si occupa di città e, se del caso, di architettura. Il neologismo rimanda a Patrik Schumacher, l’architetto che ha preso la guida dello studio di Zaha Hadid, dopo la prematura scomparsa della fondatrice. In che cosa consiste lo «schumacherismo»? Nel (tentato) suicidio di massa delle archistar o quantomeno «nell’assenza di idee portate all’estremo», secondo la felice definizione proposta da Emanuele Piccardo sull’ultimo numero del «Giornale dell’Architettura».

La scena –  premonizione della fine dello star system architettonico – è la manifestazione di protesta  davanti alla sede dello studio ZHA, a Londra. Una fragorosa contestazione che ha indotto tutti i colleghi dello studio a prendere le distanze dalla sortita di Schumacher perché «non riflette il passato di Zaha Hadid Architects e non sarà il nostro futuro», perché «Zaha ha mostrato a tutti noi che l’architettura può essere democratica. Lei ha ispirato nuove generazioni in tutto il mondo a interagire con il loro ambiente, a non smettere mai di mettersi in discussione e di aprirsi all’immaginazione».

Ma cosa ha detto Schumacher di tanto terribile? Al World Architecture Festival, che si è tenuto a Berlino da 16 al 18 novembre scorsi, l’architetto tedesco naturalizzatosi inglese si è scagliato contro le norme urbanistiche del suo nuovo Paese. «Non abbiamo un vero e proprio mercato immobiliare, ecco perché c’è la crisi degli alloggi – ha detto Schumacher -. L’housing per tutti può essere assicurato solo dalla libera auto-regolamentazione e auto-motivazione dei processi di mercato. Tutti i tentativi burocratici di ordinare l’ambiente attraverso piani di uso del territorio – ha aggiunto – sono una bancarotta pratica e intellettuale» mentre gli standard abitativi «ci privano di molte scelte».

Non si è fatta attendere la replica di Phineas Harper, direttore dell’Architectural Foundation, che ha puntato il dito contro  riviste e mass media che coccolano le archistar: «It’s time to stop listening Patrik Schumacher». È arrivato il momento di non ascoltarlo più…

Il programma di Schumacher – che la autorevole rivista inglese «Dezeen» ha definito senza mezzi termini «reazionario» – si riassume in otto punti. Eccoli: 1) Regolare i pianificatori, definendo in maniera ermetica le cause di vincolo dei diritti di sviluppo; 2) abolire tutte le prescrizioni sull’uso del suolo; 3) stop a tutti i vani e improduttivi tentativi di «protezione ambientale»; 4) abolire tutte le prescrizioni di standard abitativi; 5) abolire tutte le forme di edilizia sociale ed economica; 6) abolire tutti i sussidi governativi per la casa di proprietà e gli incentivi all’acquisto; 7) abolire tutte le forme di controllo e di regolamentazione dei contratti di affitto; 8) privatizzare tutte le strade, piazze spazi e parchi pubblici, possibilmente interi quartieri. E illustrando quest’ultimo punto, Schumacher ha confessato di non trovare affatto assurda l’idea di privatizzare Hyde Park per consegnarlo agli immobiliaristi.

Ecco l’aria che tira, fra le archistar.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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