PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_12_2016

quartiere Libertà | foto di Uliano Lucas

I cattivi consigli a chi inseguiva il sogno della casa _ Ci sarà una espansione «sovietica»?

Dice: su quei terreni noi dobbiamo costruire, perché è un diritto acquisito. E se volete cambiare il piano regolatore allora ci dovete risarcire. Questa teoria del valore eterno, irreversibile delle promesse del piano Quaroni la conoscono tutti e la raccontano tutti. Ma come stanno in effetti le cose?

«Non esiste alcun diritto alla edificazione da parte del proprietario né se questi è stato precedentemente gratificato da una previsione edificatoria poi cancellata e neppure se, sulla base di quella previsione, aveva ottenuto l’approvazione di un piano di lottizzazione convenzionata e aveva stipulato con il Comune i relativi atti». Il brano è tratto dalla sentenza n. 6656 emessa dal Consiglio di Stato nel 2012. Ed è solo una tra le numerose e costanti pronunce dei giudici di Palazzo Spada.

Il tema dei cosiddetti crediti edilizi, che i lettori di questa rubrica ricorderanno essere stato sollevato qui sin dai primi momenti di discussione sul nuovo piano urbanistico, è finalmente emerso nel confronto diretto tra imprenditori edili e amministrazione comunale. Un recente workshop di Confindustria sul consumo di suolo è stata l’ultima circostanza in cui si sia manifestata la rivendicazione della rendita fondiaria. Questa volta contrapponendo i presunti diritti acquisti alla strategia del risparmio di suolo e alla prospettiva di indirizzare gli investimenti nella rigenerazione delle periferie e della città costruita.

In realtà il taglio di 15 milioni di metri cubi (perché a tanto ammonta il residuo delle previsioni edificatorie del piano Quaroni) risponde da un lato alla necessità di fermare l’espansione urbana che divora la campagna (Bari è quarta – dopo Napoli, Milano e Torino – nella lista nera delle città più cementificate d’Italia, con il 38,5% dell’intero territorio comunale, secondo il rapporto Ecoalfabeta 2015) e dall’altro risponde all’inevitabile allineamento con il mercato immobiliare e con le ragionevoli previsioni demografiche. Molto più che la burocrazia ci sembra che sia la crisi del mercato immobiliare a frenare gli imprenditori nell’aprire nuovi cantieri con le lottizzazioni già adottate o approvate: Marbella, vicino alla Fiera, l’esterno del Tondo di Carbonara progettato da Bohigas, le Maglie 20 e 21, nei pressi dello Stadio San Nicola. Un calcolo grossolano ci dice che si tratta di case per 30 mila persone: quando mai arriverà in città tutta questa gente?

Nell’impari confronto tra una amministrazione pubblica indebolita e una parte privata rafforzata dalla unificazione tra imprenditoria e rendita fondiaria, anche la classe dei tecnici – gli architetti, gli ingegneri e gli urbanisti – orfana di una committenza autonoma finisce per appiattirsi sulle posizioni dell’impresa/proprietà, ne diventa l’alleato più fedele rinunciando spesso anche alla qualità del progetto.

Bari non avrebbe bisogno di costruire altri appartamenti, considerando l’alto numero di alloggi non occupati: 18mila, la metà dei quali sfitti sul mercato (secondo i dati dell’Istat). Bari, invece, avrebbe bisogno di accrescere il patrimonio residenziale pubblico per rispondere al disagio abitativo (cioè al fenomeno degli sfratti) sia direttamente, realizzando nuovi alloggi popolari, sia indirettamente incidendo con una maggiore offerta sul mercato dei fitti, attraverso il risanamento del «costruito».

Certo, è difficile spiegare a chi ha inseguito per anni il sogno di realizzare una casa in cooperativa, e che per questo ha partecipato all’acquisto di un suolo edificabile, che è stato mal consigliato. E che quell’acquisto così come le tasse pagate nel frattempo non gli hanno garantito un bel nulla. Si tratta né più e né meno che di un investimento andato male: come l’acquistare azioni di un titolo che sale in borsa e poi scoprire un giorno che sono carta straccia, o quasi. Forse che una banca restituirebbe il valore di quelle azioni deprezzate? Eppure, quello immobiliare sembra essere un mercato «contronatura», in cui non valgono né il rischio di impresa né le leggi della domanda e dell’offerta. Un mercato in cui ci si ostina a produrre merci che nessuno vuole o può acquistare più. Cos’altro è il continuo appello alle «certezze» se non il desiderio di una economia pianificata, la paradossale nostalgia di un sistema sovietico coltivata accarezzando il mito della libera concorrenza e iniziativa?

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

Annunci

Pubblicato il 07|12|2016, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: