PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_11_2016

palazzo Andidero | foto di Linda Signorile

A Barivecchia quarant’anni di «speculazione» _ Palazzo Andidero e Benny Petrone

«Il lungomare barese subisce gli attacchi della natura e della speculazione. Sull’antica muraglia della città un “balneare” pugno nell’occhio». Sorprenderà, rileggere oggi questo titolo apparso quarant’anni fa sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Era il 13 settembre 1977 e la Cronaca di Bari, smontate le impalcature, ma non ancora la gru, puntava l’indice accusatore contro quel fabbricato sorto su via Venezia: palazzo Andidero. L’articolo – non firmato – è senz’altro da attribuire al direttore Oronzo Valentini, il quale formula, più che una domanda, un appello: «E’ irreparabile?».

Decenni prima di Punta Perotti, la città è scossa da un dibattito nel quale non ci si fa scrupolo di usare le parola «speculazione edilizia».  Così si conclude l’articolo: «Siamo certi che urbanisti, studiosi, cittadini baresi – turbati quanto noi – apriranno una polemica serrata con quanti hanno consentito che “passasse” un simile sgorbio. Siamo anche certi, perché altrimenti sarebbe davvero scandaloso, che tutti i “timbri” e tutti i “placet” sono rigorosamente regolari. E questo ci spaventa! Ma non ci esime dal dire che qualcosa, comunque, va fatta. Se non altro appunto per salvare… facciata (e faccia)».

Il palazzo Andidero, progettato da Marcello Petrignani e Marina Ruggiero con Mauro Buffi, aveva in effetti tutte le carte in regola, a cominciare dalla approvazione della Soprintendenza ai monumenti. Una autorizzazione strappata dai progettisti con le unghie e con i denti, dopo un estenuante braccio di ferro il cui esito era tutt’altro che scontato, come prova la protesta della Gazzetta e come aveva già dimostrato la sconfitta subita anni prima dagli architetti Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano. Gli «americani di Bari» – è la felice definizione di Bruno Zevi – avevano progettato un ristorante tutto vetro e alluminio, ma il no categorico della Soprintendenza costrinse addirittura i committenti – i Guaccero – a vendere i suoli.  

Oggi diciamo che quel palazzo, sul quale continua a dividersi il gusto dei baresi – è uno dei pezzi più importanti della architettura realizzata nel Novecento in città, impreziosita dalla cancellata bronzea di Raffaele Spizzico. Ne avessimo di palazzi costruiti con la stessa cultura di dialogo con il paesaggio urbano! Architetture che accettano la sfida di parlare un linguaggio onestamente contemporaneo, rifiutando il ricatto del mimetismo quando non della imitazione! Ma allora era quello il simbolo della speculazione, come recitava uno slogan scritto con la vernice rossa sulla pietra di palazzo Andidero, immortalata in una fotografia di Pupilla datata 1978. 

In questi giorni cade il 39º anniversario della morte di Benedetto Petrone, lo studente e operaio comunista assassinato da una squadraccia missina. E proprio ieri – in un dibattito a Santa Teresa dei Maschi – si ricordava l’impegno di Benedetto Petrone per la riqualificazione di Bari vecchia, lì dove era nato e viveva, in una numerosa famiglia. Contro la speculazione edilizia. Che fosse questo impegno politico e civile l’obiettivo dell’agguato fascista oppure che il delitto si inserisse in un disegno più generale che trascinava la città nello scenario nazionale della «strategia della tensione» è tema che affronteranno gli storici. Ma indubbiamente l’attività politica che fermentava tra le strade e le corti di Bari vecchia, coinvolgendo i militanti della sezione del Pci e quelli del Mls, aveva il suo fulcro nella battaglia per il risanamento – urbanistico, sociale ed economico – del quartiere. Il Piano Urban e soprattutto la sua applicazione, negli anni Novanta, ne sarà una grottesca parodia. In effetti, fu lo strumento di una «gentrificazione» perseguita con l’espulsione della popolazione originaria e con la colonizzazione turistica degli spazi, attraverso pub e pizzerie ma anche musei e centri universitari.

Esemplare è il caso dell’ex convento di Santa Teresa dei Maschi che oggi – dopo un restauro sul quale la Soprintendenza avrebbe dovuto essere ben più attenta – contiene la biblioteca «De Gemmis». Negli anni Settanta, mentre si costruiva palazzo Andidero, quello era l’«Assistenziario», un luogo condannato ad un lungo abbandono, che per qualche mese fu occupato dal circolo giovanile di Bari vecchia, per farne il luogo di attività sociali rivolte al quartiere. Innanzitutto ai bambini, gli alunni della vicina scuola «Corridoni», che sperimentarono un dopo-scuola gratuito, fatto da volontari. Dall’assistenziario occupato venne, per esempio, la richiesta di aprire un consultorio familiare. Ma altri erano i disegni della speculazione – questa volta «pubblica». 

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato mercoledì 30 novembre su La Gazzetta del Mezzogiorno)

 

Pubblicato il 03|12|2016, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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