PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 16_11_2016

san-michele-3«E ora architetti tornate subito al vostro posto!» _ Dietro l’incidente del restauro

«Che ci fate qui? Andate subito a lavorare! Tornate alle vostre scrivanie!». Così ha tuonato sabato scorso la segretaria regionale dei Beni culturali, Eugenia Vantaggiato, agli architetti Francesca Marmo e Francesco Longobardi, dipendenti del suo ufficio, interrompendo la visita guidata, ma non autorizzata, al cantiere di palazzo S. Michele.

Finalmente c’è un funzionario dello Stato che difende ruolo e dignità dell’istituzione che incarna. Anche a costo di apparire politicamente scorretta, di irritare un sindaco e di rischiare guai di carriera: Eugenia Vantaggiato aveva ben ragione di intervenire, dal momento che nel cantiere, fra gli operai e le impalcature, si aggiravano molte persone «estranee» nel disprezzo delle norme di sicurezza. Passi il soprintendente del Petruzzelli Biscardi, che è un musicista; passi il vicepresidente dell’ente lirico Petrocelli, che è un latinista. Ma nel gruppo c’era chi – per attitudine professionale – il casco antinfortunistico avrebbe dovuto addirittura portarselo da casa: parliamo dei due architetti statali e del sindaco Decaro, ingegnere, che al debutto della sua Giunta aveva presentato alla stampa tutti gli assessori dotati di elmetto da cantiere.

La sicurezza sui luoghi del lavoro non è uno spot né una «variabile» e la committenza pubblica di un restauro non gode di alcuna eccezione. Dunque, Vantaggiato – che rappresenta il ministro Franceschini in Puglia – non poteva fare altrimenti: per tutelare l’incolumità dei presenti e per proteggere la responsabilità della pubblica amministrazione. Ma nella «sfuriata» possiamo leggere anche altri significati. Almeno tre: la distanza dall’abuso di visite ai cantieri per fini di propaganda; la reazione all’asprezza dei rapporti tra Comune e Beni culturali; il disagio per l’impegno professionale «extra» di tecnici delle soprintendenze. E se vogliamo, sono tre aspetti di un unico problema.

Il Comune ha ben diritto di reclamare trasparenza nei progetti e rispetto dei tempi di consegna di cantieri come quello della disastrosa trasformazione del monastero di Santa Scolastica in museo archeologico. Anche se, a dirla tutta, dovrebbe indagare nei suoi stessi uffici per farsi una ragione del triste destino del teatro Piccinni (che avrebbe dovuto riaprire quattro anni fa). L’ufficio dei Beni culturali, d’altra parte, non può fare a meno di lamentare la mancata consegna del Palazzo del Pesce, ancora occupato dagli impiegati comunali. Ma non può fare nemmeno la voce grossa avendo permesso che il restauro di quest’ultimo immobile comunale fosse progettato da un proprio architetto (con consulenti suggeriti dai consulenti del sindaco).

Ed ecco il punto. Ragionando sullo stato attuale del ministero dei Beni culturali, ha notato recentemente Francesco Erbani, su Micromega (n. 5/2016), che «si diffonde in alcuni ambienti della tutela una certa acquiescenza nei confronti soprattutto della politica locale, che spesso trova sponde in quella nazionale. Sottoposto a martellante denigrazione, chi lavora in una soprintendenza o la dirige può essere indotto a trasformarsi da controllore in facilitatore, anche senza mirare a un tornaconto personale, semplicemente per stanchezza».

Le progettazioni affidate ai tecnici della soprintendenza sembrano rispondere al desiderio di evitare intoppi nella fase del controllo, illudendosi così di guadagnare tempo. Santa Scolastica, però dovrebbe aver dimostrato ampiamente il contrario. Non diverso il caso del monastero di Santa Chiara, dove lo Stato ha deciso di non demolire la soprelevazione del terzo piano, comportandosi come un qualsiasi privato che difende a denti stretti la veranda abusiva per farsela condonare. Né si può credere che sia questa una scorciatoia per la qualità. La vicenda del Petruzzelli è maestra: finita nelle mani dei tecnici dei Beni culturali, la ricostruzione ha prodotto uno dei più smaccati falsi della storia dell’architettura, ha allungato i tempi del cantiere ed ha fatto lievitare il costi di 13 milioni di euro. Che ovviamente gli eredi Messeni Nemagna non intendono pagare.

A questo punto, sarebbe davvero il caso di introdurre una moratoria: per qualche anno stop agli incarichi di progettazione affidati ai tecnici dei Beni culturali che avranno così il tempo per occuparsi della tutela e della vigilanza, potranno esaminare più rapidamente i progetti sottoposti alla loro approvazione, e magari informarsi meglio sui pareri da esprimere nelle conferenze dei servizi, evitando clamorosi incidenti come l’ignoranza del vincolo di tutela dell’area del Castello normanno-svevo che ha consentito l’ampliamento del già abusivo palazzo del Genio civile nel porto.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

Pubblicato il 16|11|2016, in Piazza Grande con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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