PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_10_2016

Paesaggio urbano. Un’opera di Umberto Kühtz in mostra nella rassegna «La gioia del creato» al Torrione angioino di Bitonto

Paesaggio urbano. Un’opera di Umberto Kühtz in mostra nella rassegna «La gioia del creato» al Torrione angioino di Bitonto

Pittura «privata» e street-art per l’architetto _ Bitonto, da Kühtz ad Andreco  

Su una piattaforma meccanica sollevata, con pennelli e vernici, c’è Andreco. L’artista romano (ma vive tra Bologna e New York) – protagonista della scena internazionale della street-art – realizza in questi giorni un murale su una lunga, nuda parete alla periferia di Bitonto. L’opera fa parte di un più ampio progetto, intitolato «Climate» che ha già investito la scena urbana a Bologna e a Parigi. Nell’episodio bitontino, il murale – in cui dominano ampie campiture d’azzurro – parla dell’acqua, rimandando al Tiflis, il fiume che lambiva l’antico abitato di Bitonto, prosciugato da quella profonda trasformazione del paesaggio murgiano che fu l’istituzione del latifondo, con la scomparsa dei boschi per ricavare pascoli.

L’intervento di Andreco rientra nel fitto calendario di iniziative (incontri, laboratori, concerti) che ha accompagnato «La gioia del creato, rassegna d’arte per la società» dedicata all’architetto e pittore Umberto Kühtz, sindaco di Bitonto negli anni Novanta e recentemente scomparso. La mostra dei dipinti e dei disegni di Kühtz, curata dalla figlia Silvana e allestita nelle sale del Torrione angioino, si concluderà sabato prossimo.

Potrebbe apparire incongruo l’accostamento di una delle espressioni fra le più «pubbliche» dell’arte figurativa – fino al punto di confondersi con la performance – quale è appunto la street-art con la rivelazione di una «passione segreta» per la pittura e il disegno, attività privata così come è stata vissuta da Umberto Kühtz, che ha firmato molte delle sue opere con lo pseudonimo di Joditz, quasi un alter ego. Può sembrare incongruo, ma non lo è se lo stesso architetto Kühtz iniziò ad interessarsi, negli ultimi anni, alla street-art, riconoscendo in essa una forte energia sociale: la possibilità di rispondere  ad una domanda di condivisione dello spazio urbano che invece lasciano spesso inevasa l’architettura e l’urbanistica d’oggi.

Non sfuggiva all’architetto Kühtz la difficoltà di pianificare il benessere dei cittadini, avendo egli stesso formato il piano regolatore di Bitonto prima ancora che di quella città diventasse il sindaco. E in certa misura la difficoltà dell’urbanistica intesa come disegno urbano trae origine da quel distacco dell’architettura dall’arte figurativa, che ha come un trauma segnato la vicenda novecentesca in Italia. Nella spinta del mestiere dell’architetto verso la specialità tecnologica, un distacco percepito come esilio se non colpa da nascondere o da espiare. Ci sono architetti che hanno ciò nonostante continuato ad essere anche in pubblico pittori (come Franz Prati), altri che hanno quasi rinunciato al costruire per affermare un’architettura interamente realizzata nel disegno (pensiamo a Massimo Scolari). Ma questi sono casi estremi. Umberto Kühtz, consapevole dell’esodo dell’architettura, ha praticato la pittura in privato.

La prima uscita pubblica dei suoi dipinti avvenne solo una dozzina d’anni fa, con una mostra «a sorpresa» organizzata a Bari, nella galleria di Zina d’Innella. In quella occasione furono esposti ritratti e paesaggi insieme a disegni tecnici, schizzi e progetti di architetture realizzate: una chiesa, una scuola, un albergo. Con la rassegna odierna è il pittore Kühtz/Joditz che si affaccia al proscenio. Nella scelta – una selezione «sentimentale», sottolinea Silvana Kühtz – prevalgono le figure, i volti e fra questi  i numerosi autoritratti, nei quali non è difficile riconoscere la consuetudine dell’autore con le tendenze del realismo italiano del dopoguerra e della Nuova figurazione. Ora la postura sbieca di uno Sciltian, ora la pennellata larga di Carlo Levi, i volti intensi e calmi di Felice Casorati. A riprova della personalissima e segreta esperienza pittorica di Kühtz, basti il confronto con le contemporanee opere di Roberto De Robertis o di fratelli Spizzico (presenti nella collezione comunale bitontina) per rilevare l’autonomia dell’architetto dal circolo locale barese della pittura di professione.

Ci sono in mostra alcuni paesaggi urbani, dipinti ad olio su piccole tavolette, a testimoniare una accorata sensibilità per l’ambiente costruito. Una calda appartenenza, tutto il contrario del freddo sguardo sulla città cui ci ha abituato la pittura metafisica del secolo scorso. Sentiamo che l’architetto abbia voluto affidare al proprio alter ego il compito di tutelare quello stesso paesaggio che l’architetto è chiamato a trasformare in maniera irreversibile. Perché a Umberto Kühtz si addicono perfettamente le parole di Edoardo Persico in difesa dei razionalisti: «È chiaro che per fare dell’architettura e comunque dell’arte sono necessari personalità, emozione e lirismo».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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