PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 12_10_2016

La «Sala del commiato» nel Krematorium Baumschulenweg a Berlino, progettato nel 1998 da Schultes und Frank
La «Sala del commiato» nel Krematorium Baumschulenweg a Berlino, progettato nel 1998 da Schultes und Frank

I riti dell’addio costruiscono spazi di civiltà _ Una nuova architettura funebre 

 Ogni lutto reclama il suo rito. È a questo diritto estremo, in  cui la vita e la morte concorrono alla costruzione della memoria, che risponde  un luogo come la «Sala del commiato». Non a Bari, però, dove la sala realizzata con fatica nel cimitero monumentale non è mai stata ultimata.

 

L’appello di Carlo Paolini (associazione Arca) al sindaco Decaro e all’assessore comunale al Patrimonio Brandi ha riacceso una luce su questa vicenda, vissuta con imbarazzo da chi ha scelto per le esequie quella sala anziché una chiesa cattolica. Come ricorda Paolini, bisogna portarsi le sedie da casa, perché i posti a sedere sono solo una ventina: insieme ad un leggio, è tutto qui il risicatissimo arredo messo insieme tre anni fa, con la promessa di completare l’opera al più presto. Aprire la sala, sia pure in quelle condizioni di provvisorietà, fu un risultato «storico» al quale arrivò dopo anni di battaglia in Consiglio comunale Paolini e grazie alla sensibilità dell’assessore Gallucci.

Le promesse sono rimaste appese e gli impegni dimenticati, nonostante lo spontaneo soccorso dell’associazione Uaar. Non si tratta solo di acquistare qualche decina di sedie, ma anche di dotare lo spazio di un impianto per il clima e di uno per l’amplificazione: il minimo indispensabile per rendere confortevole un deposito annesso al crematorio «adattato» a sala del commiato. E  magari sarebbe il caso, dopo tanto ritardi, di non accontentarsi di risolvere il problema trovando qualche euro per l’essenziale, ma che il Comune affrontasse il bisogno di qualità dello «spazio dell’addio».

Al di là del numero di cerimonie funebri che vi si svolgono (e che sarebbero senz’altro tante di più se l’esistenza della sala fosse meno clandestina nella comunicazione ufficiale del Comune) un luogo non confessionale per inscenare il rito dell’addio è un fatto di civiltà. Un luogo a disposizione dei credenti di religioni diverse da quella cattolica (sempre più numerosi in città per effetto della immigrazione) e ai cittadini atei o agnostici o che soltanto desiderano una cerimonia laica.

E la civiltà non si misura con il metro della domanda e dell’offerta. Pur sempre in ritardo rispetto ai Paesi del nord d’Europa, la costruzione delle «sale del commiato» non è più una rarità in Italia, tanto da aver innescato una riflessione sulla elaborazione di una specifica tipologia, all’interno del più vasto panorama della architettura cimiteriale. Alcune significative realizzazioni sono state messe a confronto con modelli e soluzioni internazionali in una mostra allestita dieci anni fa a Modena,  per il Festival dell’Architettura. «Benché si tratti di luoghi che non possiedono una solida tradizione alla spalle che possa loro conferire una forte atmosfera di sacralità – afferma Maria Angela Gelati, curatrice di quella rassegna – i nuovi luoghi di rito del commiato possono tuttavia divenire spazi in cui esprimere la forza di un modo nuovo e pacificante di accomiatarsi dai propri defunti».

In che cosa consistano questi nuovi riti e quale forma spaziale essi richiedano sono le domande alle quali devono dare una risposta gli architetti. Con il tema si sono misurati ad esempio a Verona Maria Grazia Eccheli e Riccardo Campagnola, a Trento Giuliano Franzoi, a Brescia Rinaldo Ciravolo.  Ma è all’estero che si possono vedere gli esiti più maturi di questa ricerca. Pensiamo al Tanatorio municipal di Leòn, in Spagna, progettato da Jordi Badia e Josep Val (studio Baas Arquitectura), al cimitero di Neubiberg (Monaco di Baviera), opera di Adelheid von Schoenborn, ma soprattutto al Krematorium Baumschulenweg, a Berlino Est. Qui gli architetti Axel Schultes e Charlotte Frank hanno realizzato uno spazio capace di grande energia spirituale.

L’aula è scandita da alte, esili colonne che sembrano non sorreggere la volta, ma addirittura bucarla, facendo penetrare nell’ambiente una luce zenitale di grande effetto. L’ordine gigante e l’illuminazione laterale che proviene delle ampie finestre sono senz’altro un ragionamento moderno sul modello formale e strutturale delle cattedrali gotiche. Ma è come se nel progetto si fossero insinuate anche le atmosfere minimaliste dei crematori giapponesi, dove la religione scintoista asseconda una assai dignitosa ritualità dell’addio. Ritorna in mente l’emozionante scena del film «Wasabi» in cui il poliziotto Hubert Fiorentini (Jean Reno) rende l’ultimo saluto alla sua Miko. E nel costruire la tensione austera e amorevole di quel momento gran parte del merito è dell’architettura essenziale scelta dallo scenografo Jacques Bufnoir.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...