PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_08_2016

A S. Scolastica il museo cerca la sua clientela _ L’ipotesi del danno erariale

La procura della Corte dei Conti potrebbe aprire un’inchiesta sulla vicenda del cosiddetto museo archeologico di Santa Scolastica. Prima l’estenuante lentezza dei lavori di restauro che avrebbero dovuto concludersi l’anno scorso; poi il flop del sistema multimediale del bastione; ora il pasticcio della proprietà effettiva dell’ex convento che vede nel ruolo di «abusivi» enti pubblici sfruttare immobili altrui, sull’esempio oramai da manuale del Petruzzelli, teatro privato ricostruito con soldi pubblici e occupato senza titolo dall’ente lirico, come ci ricordano ogni tanto i legittimi proprietari.

Tutte queste vicende riportano in primo piano il nocciolo dello scandalo: la collezione di vasi, utensili, monili, monete e arredi funebri, insomma quei ventimila reperti che costituiscono il corpo del museo archeologico provinciale, sono chiusi in deposito da 22 anni. Generazioni di studenti baresi non hanno mai potuto vederli, decine di archeologi si sono laureati nell’Università di Bari costretti a studiare solo sulle fotografie, mentre si spendevano miliardi di lire e milioni di euro per progettare, restaurare e ristrutturare saloni e conventi con la scusa del museo.

La sottrazione di un patrimonio pubblico alla fruizione dei cittadini, al loro diritto alla conoscenza, e per un così lungo periodo,  potrebbe configurarsi come danno erariale. E il danno, come ha precisato la Cassazione con la sentenza n. 4511 del 2006, può provocarsi anche attraverso una condotta che, pur rispettosa di leggi e regolamenti, finisca per essere inopportuna e causa di dispendio di pubbliche risorse e addirittura «tradursi nella perdita o compromissione di beni e valori immateriali»

Ma di questo non sembrano preoccuparsi quelli che dovrebbero occuparsene. Si preferisce puntare sugli effetti speciali, sul museo virtuale, sulle proiezioni multimediali e interattive (salvo poi scoprire quando non funzionano che non si sa bene chi debba comprare le lampadine). Intanto nessuno conosce la data di chiusura dei lavori a Santa Scolastica né quanto costeranno fino alla fine. Per il momento, ci sono altri due milioni di euro da spendere per impianti e allestimenti, con due appalti che andranno in gara a ottobre. E sappiamo che non sono conclusivi.

Al sindaco metropolitano Antonio Decaro, che animato da pazienza e buona volontà li incontra ogni due mesi per fare il punto su Santa Scolastica e Castello Normanno-svevo, i funzionari degli enti interessati hanno assicurato che qualcosa si potrà aprire per la fine dell’anno. Ma nero su bianco non c’è nulla. Men che meno un accordo tra soprintendenza e Città metropolitana per la gestione del futuro museo, tema sul quale circolano le idee più disparate, dalla direzione scientifica scelta (insieme agli impiegati) dal soprintendente ma a carico dalla ex Provincia, alla nomina di un consulente esterno, all’affidamento  della gestione ad una impresa privata… fino alla scomparsa del museo dentro il calderone del «polo del contemporaneo» che – dopo il Margherita, la sala Murat, il Mercato le pesce e il Fortino – potrebbe allargarsi anche ai vespasiani automatici, da ristrutturare in vista di una importante iniziativa sulle tendenze attuali della shit-art.

L’importante è aprire qualche altra stanza da destinare ad attività «trasversali» alla archeologia: mostre d’arte contemporanea rivolte al pubblico dei crocieristi. Era l’intenzione dell’ex vicepresidente della Provincia, Nuccio Altieri, o forse dei suoi consulenti che gli suggerirono anche l’idea della «Art-way», subito recepita dal progettista della soprintendenza, Francesco Longobardi. E poi arrivano le sfilate di moda, i banchetti dell’imprenditore e infine i wedding planner per sfruttare la «meravigliosa cornice» dell’archeologia a fini matrimoniali.

Come ha notato lo storico dell’arte Tomaso Montanari sul fascicolo di «Micromega» ora in edicola, polemizzando con l’archeologo Daniele Manacorda a proposito del rifacimento della arena del Colosseo,  «il meccanismo è trasparente: dove esce di scena la conoscenza, entra immediatamente il mercato. Che poi in Italia, e in particolare nel patrimonio culturale, non significa concorrenza o vinca-il-migliore, ma significa quell’opacissima rete di interessi che congiunge politica, concessionari, consulenti, consorterie. Ma anche questa forma sudamericana di mercato ha bisogno di consumatori. E quando si rinuncia a formare cittadini, si comincia a rivolgersi ai clienti».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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