PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 03_08_2016

Il progetto di Benedettelli e Vincenti, 2005

Il progetto di Benedettelli e Vincenti, 2005

Santa Scolastica, il bastione della vendetta _ Il bluff del museo archeologico

Sembrava assurdo che il vero obiettivo dell’estenuante tira e molla sul restauro del complesso di Santa Scolastica – per farne la sede del museo archeologico – fosse una vendetta contro l’architettura del secondo Novecento. Ma adesso ne abbiamo la prova: a cinque anni dall’inizio dei lavori che avrebbero dovuto concludersi nell’estate del 2013 l’unico pezzetto dell’antico monastero aperto inutilmente al pubblico è il bastione all’interno del quale negli anni Ottanta era stata realizzata l’aula sospesa su progetto dell’architetto Angelo Ambrosi. Ora – come abbiamo riferito nei giorni scorsi – non funziona nemmeno il proiettore del mirabolante «supporto multimediale», attrazione unica (nel senso che non c’è altro da vedere) di un museo da Peter Pan.

La prova della «vendetta» ce la offre senza saperlo la giovane archeologa che ha studiato ad Atene e che si presta a far da supplente alle tecnologie in panne guidandoci dal vivo nella visita al Bastione. Mentre spiega i resti della chiesa dei santi Giovanni e Paolo ci dice che prima – ai tempi dell’aula universitaria – il pavimento era coperto da un «parquet» e che risalgono al Duemila gli scavi che lo hanno riportato alla luce. Si stupisce quando le facciamo notare che il pavimento a tasselli policromi era già noto e non era affatto ricoperto, ma anzi visibile perché l’aula era appunto sospesa, cioè poggiava su pilastrini di acciaio. L’archeologa – è chiaro – non sa come sono andate in effetti le cose e ripete la versione «ufficiale», quella che pretende appunto di rimuovere il recente passato.

Le tracce di una chiesa dell’XI secolo emersero nel corso degli scavi avviati con il restauro iniziato nel 1971 e grazie ai fondi messi a disposizione con la legge speciale per Bari vecchia. Decisivo fu il terzo intervento, finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno, su progetto di Bruno Apollonj Ghetti con la collaborazione degli architetti Giovanni Mongiello, Giuseppe Radicchio e Angelo Ambrosi, quest’ultimo anche direttore dei lavori e progettista delle varianti. I lavori di restauro furono eseguiti dalla impresa Vito Falcicchio di Bitetto e i calcoli statici affidati all’ingegner Filippo Sansone. I restauratori si avvalsero della preziosa collaborazione dell’archeologo Arcangelo Fornaro e dell’archivista Erminia Cardamone. Le relazioni sul restauro sono agli atti e certamente ne era a conoscenza la soprintendenza ai Beni architettonici, quando produsse un progetto preliminare (dovendo però limitarsi ad uno studio di fattibilità) a firma di Marcello Benedettelli (funzionario dei Beni culturali) con la consulenza dell’architetto Gianni Vincenti. Era il giugno del 2005: la solita progettazione legittimamente «fatta in casa» dai tecnici dipendenti dello stesso ente che deve poi approvare il lavoro. Il tentativo fu sventato dal presidente della Provincia, Vincenzo Divella, che le proteste convinsero della opportunità di lanciare un concorso internazionale.

Ma l’idea di demolire le architetture di vetro e acciaio realizzate negli anni Ottanta, affiorata nel progetto di Benedettelli, avrebbe continuato a vivere per riemergere nel progetto ultimo dell’architetto Francesco Longobardi, anch’egli funzionario della Direzione dei Beni culturali per la Puglia. Per riportare il restauro di Santa Scolastica e la costruzione del museo archeologico nelle mani degli impiegati dello Stato, fu necessario azzerare il risultato del concorso, vinto incredibilmente da Cesare Mari con il bolognese Panstudio contro blasonati protagonisti dell’architettura mondiale (fra tutti, Gae Aulenti). Fu un gioco da ragazzi per il direttore regionale dell’epoca, Ruggero Martines, censurare il famigerato «cannocchiale rosso», favorendo così la bocciatura dei Comitati nazionali di settore. E quando l’architetto Mari accettò a malincuore di correggere il suo progetto, togliendo il cannocchiale, Martines obiettò «la commistione non risolta tra museo territoriale e collezione» per cui il programma museografico era inaccettabile. È tutto, nero su bianco, nel verbale di una riunione «informale» alla quale parteciparono, oltre Martines e Mari, Marisa Milella (funzionaria dei Beni culturali) e Emanuela Angiuli (dirigente della Provincia). Il verbale, datato 18 settembre 2008, fu compilato materialmente dall’architetto Longobardi. Cioè lo stesso funzionario che avrebbe firmato, insieme a Teresa Elena Cinquantaquattro (soprintendente all’archeologia di Napoli), il progetto poi messo in gara nel 2011 dalla neo direttrice per la Puglia, Isabella Lapi. La ditta «Vincenzo Modugno» si aggiudicò i lavori con le «migliorie tecniche», secondo il progetto dell’architetto Gianni Vincenti. Che, curiosa coincidenza, undici anni fa era già stato il consulente della soprintendenza, per il progetto preliminare di Benedettelli.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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