PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_07_2016

edificio apuliafilmcommission-14

(foto © Alberto Muciaccia)

Grazie al cinema il Moderno ha il suo restauro _ Museo nel Palazzo del Mezzogiorno 

Non chiamatelo museo, ché fa tanto ragnatela. Si chiamerà Apulia Film House, in inglese perché suona più tecnologico e meno banale. Ma, dentro, sarà sempre un luogo di rappresentazione del sapere e della memoria con quattro saloni dedicati alle mostre, alle proiezioni, ai laboratori interattivi per i ragazzi. Insomma quello che fanno tutti i musei del mondo senza vergognarsi di chiamarsi «museo». Il nome esotico tuttavia è contagioso: quel che una volta era il viale Italo-orientale della Fiera del Levante ora diventa la Rambla, con evocazioni e cordoli-panchina alla moda barcellonese. E proprio all’inizio della Rambla sta per nascere l’Apulia Film House. Dove l’House, cioè la casa, è il padiglione che fu della Cassa per il Mezzogiorno, sottoposto ad un restauro oramai al termine: il fotografo Alberto Muciaccia ha già  documentato il nudo lavoro degli architetti, prima che arrivino gli «inquilini» con le loro masserizie.

Abbiamo visitato il cantiere, insieme all’architetto Mauro Saito che coordina il gruppo dei progettisti, mentre nei saloni si aggirano gli uomini di Cinecittà per preparare gli allestimenti, montare gli schermi cilindrici e le attrezzature per gli ologrammi. Si comincia con lo spazio dedicato a George Méliès, pioniere delle immagini in movimento, perché sia chiaro che questo non è un «museo». Ad ogni buon conto, il restauro ha dovuto fare i conti con una destinazione che, all’inizio, non era affatto questa. Il concorso vinto dal gruppo di Saito ben cinque anni fa chiedeva una appena sufficiente messa a norma dell’edificio, pur nella consapevolezza che si trattava e si tratta di un bene culturale tutelato (su richiesta dello stesso ente fieristico). Proprio le sue qualità avevano fatto pensare a qualcuno di farne una «Casa dell’architettura» ma poi è arrivata l’Apulia Film Commission con i suoi potenti mezzi e relazioni.

Piaccia o no, per il restauro si è trattato comunque di una svolta sia per l’effettivo avvio dei lavori, sia per attribuire al progetto un senso funzionale che è anche limite alle libertà progettuali quando piegano verso l’autorialità estetizzante. E veniamo allora al lavoro di Mauro Saito e dei suoi collaboratori: l’architetto Micaela Pignatelli, gli ingegneri Raphael Mayer Aboav, Massimiliano Quarta e Nicola Pignatelli, il geologo Antonino Greco e la società Landnet. Il progetto si è dovuto confrontare con un’opera singolare per la scena del Novecento barese, concepita nel 1951 dall’architetto Pietro Maria Favia con una precoce adesione alla critica organicista del Razionalismo (ricordiamo che il cruciale congresso del Ciam a Otterlo si tenne nel 1956). Confronto complicato dal fatto che l’edificio è stato ampliato dieci anni dopo dallo stesso Favia, ma lasciando nei disegni un pezzo: quella testata a Sud-est che ora è stata realizzata con una interpretazione rispettosa dell’idea fondamentale di Favia.

Qualcosa è andato perduto nel corso del tempo (le decorazioni di Amerigo Tot sulle travi di quella che fu la sala Tridente) e qualcosa si è salvato (il graffito di Raffaele Spizzico). Qualcosa è stato ben ricostruito, innanzitutto le ampie vetrate e le finestre en longuer.

Non poche sono state le demolizioni di volumi aggiunti incongruamente in mezzo secolo, compensate da nuove costruzioni: l’arena da trecento posti (realizzata nell’area retrostante e circondata da spicchi di verde) ed un nuovo volume, posto a cerniera tra i due bracci, necessario per alloggiare ascensori, servizi igienici e tecnologie.

Questo parallelepipedo, dal tetto curiosamente obliquo, è rivestito in scorza di pietra calcarea apparecchiata ad opus incertum, cioè in modo analogo ai barbacani posti da Favia sulla testata ovest e soprattutto al rivestimento interno dell’atrio. Quel che si dice un intervento «all’idéntique» che ripropone il problema dei materiali e della autenticità del linguaggio contemporaneo nel restauro, qualsiasi restauro, tanto dell’antico quanto del moderno. È meglio imitare – col rischio di produrre un falso – o segnalare marcando la differenza l’intervento nuovo, l’aggiunta attuale? È una questione che resta aperta, per fortuna. Certo la scelta di Saito si appoggia su quella che lui dice essere una familiarità acquisita durante la lunga progettazione con lo spirito di quel burbero di Favia. Be’, meglio credere ai fantasmi che ammettere di aver dovuto compiacere quei parrucconi della Soprintendenza, vestali della pietra Biedermeier.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato mercoledì 27/07/2016 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

 

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