PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 20_07_2016

The Lima Art Museum

The Lima Art Museum

Il museo genera memorie per il sottosuolo _ Moramarco e Ventrella a Lima

Ci sono andati vicinissimi. Per un soffio non hanno vinto il concorso internazionale per il Museo d’arte di Lima. Secondo posto: un assai onorevole piazzamento per gli architetti baresi Pierpaolo Moramarco e Stella Ventrella, battuti solo dall’autorità dei madrileni Ginés Garrido e Francisco Burgos in combutta con Mariana Leguía e Angus Lauriee, titolari dello studio Llama Urban Design. Quest’ultimo con sede proprio nella capitale peruviana.

«Tutto il mondo è paese!», si potrebbe dire, pensando ai concorsi di casa nostra assai spesso vinti dagli indigeni (ultimissimo, quello per la ex Manifattura dei Tabacchi). Ma Moramarco e Ventrella (che per la Manifattura avevano partecipato insieme a Vasquez Consuegra) l’hanno presa sportivamente. Hanno combattuto una battaglia con 387 concorrenti, provenienti da 56 Paesi di tutto il mondo. Probabilmente il più importante concorso di architettura disputato quest’anno, sicuramente il più affollato.

In qualche modo, questo risultato è per lo studio barese un risarcimento delle delusioni raccolte in casa: possono dire di aver battuto mostri sacri come Zaha Hadid (scomparsa lo scorso 31 marzo) che partecipava con David Mutal e che figura solo tra le menzioni speciali. O come Alberto Campo Baeza. O ancora Philippe Rohm e poi la coppia Luìs Calvet-Samuel Càrdenas, e ancora Heike Matcha-Günter Barczik.

Il tema del concorso era l’ampliamento del «Mali», il Museo d’arte di Lima, che occupa un austero edificio neoclassico, affacciato su un’ampia piazza. Le strategie progettuali che hanno guidato la maggior parte dei concorrenti miravano a guadagnare spazi nel sottosuolo, per salvaguardare lo spazio pubblico in superficie. È quel che hanno fatto i vincitori, definendo un fianco della piazza con un minimalista volume vetrato che fa da hall di ingresso a due piani sotterranei. È quel che hanno fatto gli studi gemelli Hünerwandel di Basilea e di Lima (pure tra i menzionati) con un purissima definizione del sagrato del museo: un sistema di piani inclinati che invita dolcemente alla discesa.

Anche il gruppo barese ha scavato sottoterra, tre livelli, fino a 17 metri di profondità. Un piano dedicato alle aule per le attività educative; uno alla galleria permanente e alla biblioteca, uno ai depositi. Ma al di sopra di tutto si è immaginato un volume che instaura con prepotenza un dialogo con l’architettura neoclassica del museo. Un parallelepipedo con un lato sospeso e all’interno del quale si sviluppa una volta a botte.

E’ inevitabile ritornare con questa immagine all’architettura di Étienne-Luis Boullée, il teorico del Settecento francese, e al suo famoso progetto per una biblioteca pubblica.

Progetto rivoluzionario, in tempi nei quali le biblioteche erano  luoghi privatissimi riservati al clero e ai nobili.

E’ difficile dire fino a che punto gli architetti baresi si siano resi conto di questo rimando (di solito non avviene: sono «memorie del sottosuolo» che premono incontrollate alla superficie). Fatto sta che le intenzioni del gruppo di Moramarco e Ventrella (con loro: Lopes Brenna architetti e Filippo Bolognese e  le collaborazioni di Eugenio Vacca, Nicola D’Auria, Giuseppe De Marinis, Annamaria Santarcangelo) miravano proprio ad esaltare attraverso lo spazio pubblico – dunque, di democrazia – la dimensione urbana del progetto che comprende il Parque de la Exposiciòn, il Parque Juana Larco de Damerte, l’Estadio Nacional e il Circuito Magico del agua.

«Il progetto – si legge nella relazione – risponde sia alle necessità del programma museale che alla domanda di spazio pubblico per la città di Lima, partendo dalla traccia storica e architettonica del luogo». Moramarco e Ventrella si sono giocati tutto con il nuovo volume, «elemento di richiamo per i visitatori in arrivo» la cui posizione «stabilisce una forte relazione visiva con il “Mali” generando una sorta di circuito tra l’entrata dell’attuale Museo, la caffetteria e l’ingresso del nuovo ampliamento».

Il padiglione – unica parte emersa dell’architettura –  assume aspetti e funzioni diverse, a seconda del punto di vista: ora inquadra la facciata del palazzo storico verso la piazza, ora è ulteriore padiglione verso il parco, ora genera una nuova piazza sul prospetto principale, raddoppiando gli ingressi. «La grande volta a botte – ammettono infine gli architetti – diventa icona del nuovo intervento, ma soprattutto una spazialità riconoscibile, vero e proprio momento urbano». 

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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Pubblicato il 21|07|2016, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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