PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_06_2016

S. Anna, assonometria dal progetto di Pietro Colonna

S. Anna, assonometria dal progetto di Pietro Colonna

Per fare la città non ci resta che la periferia _ S. Anna, natura e architettura

Che sarebbe di noi se non avessimo le periferie? Una catastrofe. Intanto, le città non avrebbero più un centro perché il centro sarebbe l’intera città. E sarebbe una città monotona: senza differenze di valore, anche il lavoro degli agenti immobiliari sarebbe di una noia pazzesca. Diciamolo: altro che risolvere il problema delle periferie! Teniamocele care, se vogliamo città vitali. Al di là del paradosso: non si può certo stare sempre a discutere di via Sparano! Per fortuna c’è Enziteto, graziaddio abbiamo problemi incancreniti al San Paolo, per tacere di Japigia, che i veterani del quartiere ancora chiamano «il Giappone», ricordando i tempi in cui – essendoci solo un raro autobus numero due – la distanza dal centro era tale da convincersi di vivere in un altro mondo.

A riprova della urgenza del tema, ieri si è svolto a Bari un convegno su «Pensare il paesaggio urbano dalle periferie». Relazioni della sociologa Letizia Carrera, dell’urbanista e paesaggista Maria Valeria Mininni e dell’assessore comunale all’Urbanistica Carla Tedesco, moderate da Raffaella Cassano, presidente della associazione Italia Nostra che organizzava l’incontro insieme al Comune di Bari. La discussione – al là del nuovo piano urbanistico in gestazione – rientra oggettivamente nel dibattito nazionale, rilanciato da Renzo Piano con la iniziativa denominata «Riammagliare le periferie» in cui è impegnato il gruppo G124, giovani architetti selezionati dal maestro e finanziati con il suo stipendio di senatore a vita.

Ma se il gruppo di Piano si dedica a salvare con gli strumenti della rigenerazione urbana le periferie che già esistono, periferie «storiche» come il Giambellino a Milano, altre e nuove di zecca spuntano sotto il nostro naso, proprio in questo momento. Nuove periferie che sono il lascito degli anni in cui la espansione urbana era un dogma di fede. Pensiamo al gigantesco quartiere di Sant’Anna, espansione ulteriore dell’enorme quartiere Japigia. Celebrato all’apertura dei primi cantieri come il taumaturgico «mix» di pubblico e privato, ha mostrato a breve distanza tutti i difetti delle periferie, sin dal momento in cui i primi abitanti hanno preso possesso dei loro alloggi senza che ci fossero strade asfaltate, fogna e pubblica illuminazione. Ed ancora in questi giorni si sta svolgendo un concorso di progettazione per un istituto comprensivo, quattro scuole – dall’infanzia al liceo – ispirate alla didattica del metodo Montessori, da costruire proprio a Sant’Anna.

In questo nuovo quartiere si è cercato di fare non solo edilizia ma anche architettura, talvolta con risultati importanti, come gli edifici progettati da Stefano Serpenti o da Arturo Cucciolla. E la tendenza a raggiungere una qualità architettonica è confermata dal recente concorso di idee per progettisti under 32, bandito dalla Confcooperative. Quattro le città scelte per questa edizione di «Architetticercasi», tra cui appunto Bari con il quartiere Sant’Anna. La giuria, presieduta dal critico Luca Molinari, ha attribuito il primo premio, per il progetto denominato «Società contadina modernizzata», agli architetti Pietro Colonna (capogruppo), Francesco Ferrante e Giuseppe Davide Vulpio.

«Le difficoltà imposte dal piano particolareggiato – spiega Colonna – non impediscono la nascita di un quartiere a misura d’uomo che viva e si sviluppi in armonia con la natura, con le esigenze economiche degli investitori e con le richieste di servizi e di traffico tipiche di una città moderna». Critici verso la mitologia della «Smart City», i giovani architetti hanno pensato il progetto paesaggistico «sulla strategia del minimo intervento incrementando con specie vegetali non produttive (lecci, arbusti, cespugli di macchia) il patrimonio pervenutoci dall’olivicoltura estensiva, preservando i muretti a secco e le emergenze edilizie e ambientali del passato».

È significativo come il gruppo dell’altamurano Colonna intenda il rapporto con la storia: tutela delle testimonianze, lettura e interpretazione delle preesistenze, ma evitando il rischio della mimesi – peggio: della contraffazione del passato – per affermare la modernità del linguaggio architettonico. «Crediamo che un quartiere – dicono ancora – destinato a modificarsi nel tempo, debba essere pensato come patrimonio da lasciare in eredità alle generazioni future attraverso le relazioni che si instaurano tra i suoi abitanti e l’ambiente».

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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