PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_06_2016

Il nuovo palazzo di giustizia di Palermo, progetto di Sebastiano Monaco

Il nuovo palazzo di giustizia di Palermo, progetto di Sebastiano Monaco

Una sentenza salverà i buoni sentimenti _ Dopo la Cittadella della giustizia

«Non avrei mai immaginato di andare un giorno contro i miei giudici: una amarezza infinita». La vicenda della cosiddetta «Cittadella della giustizia», chiusa per sempre dal Consiglio di Stato lo scorso 9 giugno, lascia dietro di sé non solo giurisprudenza ma anche sentimenti. Quando la Commissione europea aprì nel 2012 la procedura di infrazione contro la Repubblica Italiana, accogliendo il ricorso del Comune  di Bari, l’avvocato Renato Verna – che quel ricorso aveva costruito insieme al professor Aldo Loiodice – non riuscì ad essere felice. Nessuna vittoria professionale poteva compensare – ci disse allora – il fatto di essere stato costretto dalle cose a «denunciare» (ci sia consentita l’iperbole) quei giudici del Consiglio di Stato che avevano nominato il commissario ad acta per far costruire d’imperio la «Cittadella della giustizia» proposta dall’impresa Pizzarotti.

«Sono i miei giudici. Le cause si vincono e si perdono – spiegava il capo dell’Avvocatura comunale – ma  mi hanno insegnato che i giudici sono sacri».

La sentenza pronunciata dalla Adunanza plenaria di Palazzo Spada, ora, risarcisce in qualche modo la sensibilità ferita dell’avvocato Verna e al tempo stesso «salva» i giudici della Quinta sezione messi di fronte alla decisione della Corte di giustizia europea. Diciamo che la Camera di consiglio presieduta da Alessandro Pajno ha risolto il dubbio se una sentenza della magistratura italiana possa essere cassata dai giudici di Lussemburgo, quando i suoi effetti fossero contrari alle norme europee. Era questa la domanda posta dalla quinta sezione. E l’adunanza plenaria, citando la Cassazione, ha voluto richiamare quei principi che «consacrano l’esigenza che tutti gli organi dello Stato, a cominciare da quelli giurisdizionali, si adoperino, nei limiti delle rispettive competenze, al fine di evitare il consolidamento di una violazione del diritto comunitario». E dunque anche un giudizio di ottemperanza (cioè di esecuzione di una precedente sentenza, come i giudizi che avevano portato ad esautorare il Comune) possono essere «una opportunità ulteriore (…) per evitare che dal giudicato possano trarsi conseguenze anticomunitarie che darebbero vita a quei “casi estremi” in cui (…) la sentenza diventa “abnorme” (…)».

Insomma, la famosa «ricerca di mercato» indetta nel lontano 2003 dall’allora sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia non poteva essere considerata – hanno sancito i giudici europei  – una regolare gara d’appalto e dunque il contratto con la Pizzarotti e con un terzo soggetto (per giunta misterioso) avrebbero prodotto una violazione delle norme sulla libera concorrenza.

Questa verità cristallina per oltre una dozzina d’anni è apparsa tale solo ad una minoranza che si è strenuamente opposta alla costruzione della cittadella della giustizia, convincendo infine il sindaco Emiliano a resistere agli ordini dei giudici amministrativi.

«Il principio responsabilità» si intitola in italiano un saggio del filosofo tedesco Hans Jonas che risale al 1979 ed ha segnato il punto di crisi della sbornia tecnocratica (e della democrazia al tempo della tecnologia). Il pensiero di Jonas – che ha influenzato in modo significativo non solo l’ecologia e la bioetica ma anche la cultura giuridica europea – ci mette difronte alle conseguenze che un atto (pur compiuto per ottenere un vantaggio immediato o risolvere un problema contingente) produrrà negli anni a venire. E dunque ai danni irreparabili che si consegnano alla generazioni future. Il consumo di suolo – risorsa non rinnovabile – è uno di questi.

È vero che le ragioni di chi contestava la cittadella di Pizzarotti andavano oltre il rispetto dei principi comunitari di trasparenza e di libera concorrenza, investivano i temi della tenuta sociale, del consolidamento della città costruita, della difesa di un quartiere come il Libertà e della salvaguardia della campagna. Quegli argomenti si ritrovano ancora nel corposo documento prodotto nel 2007 dal tavolo tecnico che fu istituito da Comune di Bari, Regione Puglia e Provincia di Bari. Consigliano la lettura di quelle 34 pagine a coloro che oggi studiano la soluzione urbanistica al problema della edilizia giudiziaria puntando all’area delle caserme dismesse di via Fanelli, privando così il quartiere Libertà di una funzione forte che ne sostiene il fragile equilibrio sociale.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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