PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_06_2016

 

Via Sparano, 1940

Via Sparano, 1940

In via Sparano un cannocchiale senza fondale _ Le palme, i negozi e gli urbanisti

«Gli alberi di corso Cavour servono solo a nascondere le belle insegne dei negozi e a favorire una moltiplicazione di insetti, e quelli di via Putignani vengono lasciati crescere soltanto perché la sostituzione di alcuni di essi ormai rinsecchiti costa più dell’espiantamento di tutti gli altri e del relativo ripristino del marciapiede». Le parole del professor Donato Scaramuzzi, famoso agronomo e consigliere comunale risuonano ancora nell’aula di Palazzo di città. È il 1949 e il sarcasmo di Scaramuzzi dà voce ad una parte non insignificante della città, la stessa che avrebbe sostenuto di lì a poco l’approvazione del piano regolatore di Piacentini e Calza Bini, padre di tutte le speculazioni. Scaramuzzi dà voce ad un ceto bottegaio che odia a tal punto le querce di corso Cavour da volerle morte: e qualcuno davvero fu sorpreso dai vigili urbani mentre le innaffiava con l’acido muriatico, sperando che seccassero una volta per tutte.

Oltre mezzo secolo dopo i commercianti sono divisi sul destino delle palme di via Sparano. Da una parte il presidente di Confcommercio, Sandro Ambrosi, sostiene il progetto di riqualificazione firmato dall’architetto Guendalina Salimei, che ne prevede la scomparsa. Dall’altra parte ci sono i commercianti che si schierano contro il trasloco delle piante, condannate senza appello da quella prescrizione della Soprintendenza ai Beni architettonici che condizionò nove anni fa il concorso europeo di via Sparano: via tutto per liberare la visuale. «Garantire il cannocchiale visivo»: questa la sentenza delle vestali del Bello, alla quale si inginocchiarono subito i tecnici di Palazzo di città. Un giorno, faccia a faccia con un architetto della Soprintendenza, non potremo fare a meno di chiedergli: ma cos’è ‘sto cannocchiale?

La questione sembra un inutile trastullo da burocrate, ma in realtà ogni prescrizione andrebbe argomentata meglio di come non fu affatto allora.

Proviamo a ragionarci su. Le strade non sono tutte uguali. Se si considera via Putignani, per esempio, la visuale sgombra ha un senso, perché inizio e fine della strada sono segnati da due costruzioni che fanno da fondale: a oriente il teatro Petruzzelli e a occidente la scuola Garibaldi. Un effetto ottenuto grazie allo sfalsamento degli isolati del lato est di corso Cavour, sui quali sorgono edifici come la Camera di commercio, la Banca d’Italia che fanno anch’essi – come il Petruzzelli – da fondale rispettivamente alle vie Abate Gimma e Calefati.

Ma questo sistema, che ricorda – fatte le debite proporzioni –  i boulevard parigini aperti dall’urbanista-poliziotto Georges Eugène Hausmann nella seconda metà dell’Ottocento, non c’entra assolutamente nulla con l’impianto del quartiere murattiano, anzi ne è la sua precoce negazione. Diverso il caso di via Sparano che a sud termina davanti alla Stazione non prevista dal Gimma e a nord addirittura con lo sguardo su piazza Chiurlia, rimasuglio dello sventramento del rione Santa Barbara occupato negli anni Cinquanta dal brutto fabbricato comunale.

Ricordiamo che nel piano del borgo nuovo, disegnato da Giuseppe Gimma, l’attuale corso Cavour era la strada-limite dell’edificato e sul lato opposto, verso il mare, si prevedeva di realizzare una grande piazza-giardino tracciando quindi un orizzonte vuoto.

L’assenza di fondali era comunque coerente con l’idea originaria del borgo murattiano, così come la ricostruisce  Marcello Petrignani nel volume «Bari, il borgo murattiano. Esproprio, forma e problema della città (Dedalo ed.): una lottizzazione potenzialmente infinita. «L’aver interpretato il piano come un sistema innescato da far procedere autonomamente, con correzioni a volta a volta derivate da criteri economici e strettamente speculativi – scrive Petrignani –  ne determinerà lo snaturamento e la perdita della tensione formale, ridotta alla fine all’intenzione colta nella sola rappresentazione planimetrica. Avere assimilato la sua “semplicità” – che era invece il risultato di una intuizione artistica – alle ragioni di crescita speculativa della città, dimostra poi in generale il degradamento che subisce il principio della maglia rettangolare quando si scopre come il più economico al tentativo di organizzazione totale del suolo urbano».

Il virus della speculazione che attacca  l’organismo ancor giovane del borgo nuovo porta con sé anche gli enzimi della trasformazione di qualità, della architettura che sa sperimentare nuove vie e questo avviene soprattutto in via Sparano.  Andrebbe indagata senza pregiudizi la scena urbana che si è realizzata in questa strada: un catalogo dal vivo, un campionario in scala 1:1 dell’archiettura realizzata a Bari in due secoli. Che merita di essere visto e mostrato molto più di un fondale senza senso.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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