Archivio mensile:giugno 2016

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_06_2016

S. Anna, assonometria dal progetto di Pietro Colonna

S. Anna, assonometria dal progetto di Pietro Colonna

Per fare la città non ci resta che la periferia _ S. Anna, natura e architettura

Che sarebbe di noi se non avessimo le periferie? Una catastrofe. Intanto, le città non avrebbero più un centro perché il centro sarebbe l’intera città. E sarebbe una città monotona: senza differenze di valore, anche il lavoro degli agenti immobiliari sarebbe di una noia pazzesca. Diciamolo: altro che risolvere il problema delle periferie! Teniamocele care, se vogliamo città vitali. Al di là del paradosso: non si può certo stare sempre a discutere di via Sparano! Per fortuna c’è Enziteto, graziaddio abbiamo problemi incancreniti al San Paolo, per tacere di Japigia, che i veterani del quartiere ancora chiamano «il Giappone», ricordando i tempi in cui – essendoci solo un raro autobus numero due – la distanza dal centro era tale da convincersi di vivere in un altro mondo.

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Le periferie che cambiano la politica

Roma,Italia, Tor bella monaca (©Lapresse)

Roma, Italia, Tor bella monaca (©Lapresse)

 Le periferie che cambiano la politica

Proprio in questi giorni, a Bari, è in corso un braccio di ferro tra un gruppo di cittadini, riuniti in un comitato, e l’amministrazione comunale circa il progetto, esito di un concorso internazionale di anni fa, riguardante una delle strade più famose della città, via Sparano. Al di là dell’abominevole slogan utilizzato dall’amministrazione – “il restyling di via Sparano” – e quindi dai mezzi di comunicazione, l’idea politica alla base è sempre la stessa: tirare a lucido le zone più accessibili dai turisti e dai ceti abbienti (in questo caso addirittura una sola strada) e lasciare nell’oblio i quartieri meno centrali. Che l’idea sia pessima non ce lo dice solo il celebre Renzo Piano con il recente team di architetti da lui guidati impegnati a “ricucire” le periferie. Anche Richard Rogers aveva acutamente descritto in un libro fondamentale la deriva delle città rese sempre più regni del consumismo, contraddittorie, settoriali, ghetti da un lato, salotti dall’altro.

Questo votarsi al turismo come principale parametro per calibrare le politiche urbanistiche e sociali corrisponde al suicidio delle città e per alcune lo è già stato. Economia, impianto urbanistico, politiche abitative, infrastrutture dedicate ai flussi turistici rendono posticci i luoghi che dovrebbero essere la casa della civiltà e li fanno collassare quando il turismo diminuisce o si azzera. Le città più belle sono quelle dove ogni cittadino ha gli stessi diritti, gli stessi servizi, gli stessi luoghi – per abitare, per lavorare, per svagarsi – a disposizione. Se una città funziona per un cittadino, anche il turista avrà di che visitare, ammirare, usufruire.

E’ per questo che l’articolo di Carlo Ossola, pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano ci è parso ricalcare in maniera condivisibile i punti cardine dell’urbanistica attuale. Quelli su cui ancora si può lavorare con propositività e determinazione ottenendo efficaci risultati. Se solo si volesse.

Di seguito ne riproponiamo alcuni passi.

“La civiltà moderna tira a uguagliare, ha scritto Leopardi nello Zibaldone: e ad uguagliare non già rendendo pari i diritti ma spegnendoli: “L’incivilimento ha mitigato la tirannide de’ bassi tempi, ma l’ha resa eterna (…). Spegnendo le commozioni e le turbolenze civili, in luogo di frenarle com’era scopo degli antichi (Montesquieu ripete sempre che le divisioni sono necessarie alla conservazione delle repubbliche, (…) e che per regola generale, dove tutto è tranquillo non c’è libertà), non ha assicurato l’ordine ma la perpetuità, tranquillità e immutabilità del disordine, e la nullità della vita umana» (10 luglio 1820).

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_06_2016

 

il progetto del palagiustizia di via della Carboneria

Il progetto del palagiustizia di via della Carboneria

Palagiustizia: c’è un progetto nel cassetto _ Oblio in via della Carboneria

Sarà spedito al ministero il progetto del secondo palazzo di giustizia di via della Carboneria, ma di costruire proprio lì, nel quartiere Libertà, non se ne parla. Magari, rivisto e aggiornato, si potrà realizzarlo nell’area delle casermette. Su questa scelta – dice il sindaco – sono tutti d’accordo, a cominciare dalla Commissione di manutenzione presso la Corte d’Appello. E non si torna indietro.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_06_2016

Il nuovo palazzo di giustizia di Palermo, progetto di Sebastiano Monaco

Il nuovo palazzo di giustizia di Palermo, progetto di Sebastiano Monaco

Una sentenza salverà i buoni sentimenti _ Dopo la Cittadella della giustizia

«Non avrei mai immaginato di andare un giorno contro i miei giudici: una amarezza infinita». La vicenda della cosiddetta «Cittadella della giustizia», chiusa per sempre dal Consiglio di Stato lo scorso 9 giugno, lascia dietro di sé non solo giurisprudenza ma anche sentimenti. Quando la Commissione europea aprì nel 2012 la procedura di infrazione contro la Repubblica Italiana, accogliendo il ricorso del Comune  di Bari, l’avvocato Renato Verna – che quel ricorso aveva costruito insieme al professor Aldo Loiodice – non riuscì ad essere felice. Nessuna vittoria professionale poteva compensare – ci disse allora – il fatto di essere stato costretto dalle cose a «denunciare» (ci sia consentita l’iperbole) quei giudici del Consiglio di Stato che avevano nominato il commissario ad acta per far costruire d’imperio la «Cittadella della giustizia» proposta dall’impresa Pizzarotti.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_06_2016

Ex ManifatturaNella manifattura il gran segreto dei cinque giurati _ In gara 42 idee d’architettura

Ci sono 42 idee, anzi «concept» come dicono quelli che si vogliono dare un tono in queste cose, in gara per la ex manifattura dei tabacchi, che dovrà ospitare uffici e laboratori del Consiglio nazionale delle ricerche. Al bando pubblicato da Invimit Sgr avevano risposto numerosi gruppi di progettisti. Ne erano stati ammessi a partecipare in 53, ma evidentemente una decina ha rinunciato subito. Forse convinti a desistere dalle voci di alleanze potenti, di interessamento di nomi noti, notissimi, anzi archistar. Alcuni coinvolti, come si usa in questi casi, solo per fare curriculum. Altri con qualche speranza in tasca avendo già partecipato ad altri recenti concorsi gestiti da Invimit per la trasformazione di vecchie caserme e opifici, patrimonio pubblico dismesso, beni del demanio posti sul mercato immobiliare.

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