PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_05_2016

 

L’interno del negozio Giove progettato da Marino Lopopolo nel 1937

L’interno del negozio Giove progettato da Marino Lopopolo nel 1937

In quella strada la vecchia abitudine di vedere il futuro _ Un secolo di negozi e architetti

Sentivamo la mancanza dell’autorevole e inconsapevole giudizio di Vittorio Sgarbi sul progetto per via Sparano, oramai prossimo alla gara d’appalto. «Sradicare le palme è un atto criminale» ha detto il critico d’arte, aggiungendo sale all’imbarazzante, sgangherato dibattito. Ma l’unica vittima finora accertata è l’architettura. Chiunque sia il vincitore (l’amministrazione comunale oppure i «salvatori» della via dello shopping) sul terreno rimarrà l’idea che un progetto possa trasformare un luogo e migliorare la vita di chi lo abita.

Non ci lasciamo prendere dal desiderio di esprimere un giudizio di merito sul progetto del gruppo capitanato dall’architetto romano Guendalina Salimei. Ricordiamo però che si tratta del risultato non di un concorso di idee, ma di un vero e proprio concorso europeo di progettazione, sviluppato in due fasi ed espletato dieci anni fa. E ricordiamo che il concorso non ebbe vita facile, dal momento che la Soprintendenza ai Beni architettonici impose al Comune di cambiare le regole del gioco in corso d’opera. Ma questa oramai è acqua passata. Resta il fatto che chi oggi torna a opporsi alla cosiddetta riqualificazione di via Sparano invoca un rispetto della tradizione dello spirito originario che via Sparano non può vantare. Anzi, via Sparano può considerarsi la via della sperimentazione, la strada in cui le innovazioni si sono affacciate a Bari per la prima volta. Se una «tradizione» esiste, allora  bisogna parlare di via Sparano come di un museo en plein air dell’architettura del Novecento poiché mostra, uno accanto all’altro, con i rari esempi superstiti di edifici murattiani. le precoci sopraelevazioni di fine Ottocento, le  sostituzioni avvenute nei primi anni del secolo scorso e poi negli anni Trenta e ancora negli anni Sessanta e Settanta.

La settimana scorsa abbiamo ricordato in questa rubrica come il complesso di San Ferdinando, che racchiude al proprio interno la chiesa ottocentesca di Fausto Niccolini, fu realizzato nel 1936 su progetto di Saverio Dioguardi ma solo come quarta soluzione di un travaglio progettuale iniziato oltre dieci anni prima. E d’altra parte – per paradosso – se inutili quando non dannosi vengono stimati gli architetti per rimettere in ordine via Sparano, a che titolo un architetto dovrebbe cimentarsi con l’arredamento di un  negozio o di un bar?

Eppure proprio in via Sparano gli stessi architetti impegnati nella costruzione dei nuovi edifici vennero chiamati ad arredare i negozi. Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano, per esempio, firmano l’arredamento del negozio di abbigliamento per bambini Simone, inventando la vetrina in movimento, con le mensole che scorrono dall’alto in basso. Alfredo Lambertucci consegna ai Laterza il progetto nel nuovo palazzo con tutti i dettagli dell’arredamento della libreria al piano terra. Architetture d’interni oramai perdute. Un oblio dal quale si è salvato invece – anzi è perfettamente conservato –  il negozio di tessuti Pallante, progettato nel 1964 da Vito Sangirardi con il palazzo che lo contiene.

Fra tutti i progettisti  impegnati in via Sparano, forse quello più attivo è Marino Lopopolo che nel giro di pochi anni a cavallo della seconda guerra mondiale conferisce al corso Vittorio Veneto (così si chiamava all’epoca la strada) il suo carattere più deciso di salotto della moda. Il primo lavoro di Lopopolo in questa via (al n. 25) consiste nell’arredamento della cappelleria Scannicchio. È il 1937. L’anno seguente il giovane architetto ottiene altri due incarichi importanti e in entrambi i casi si tratta di negozi di calzature: Leopoldina (all’angolo con via Calefati) e Giove, nel complesso di San Ferdinando (sul lato di via Abate Gimma). Lavoro fortunato, quest’ultimo, perché Lopopolo sarà chiamato a rinnovare gli stessi locali dieci anni dopo e poi ancora una terza volta, nel 1954. Visto il successo ottenuto dal suo vicino, anche il profumiere Lorenzo Pepe nel 1947 si rivolge a Lopopolo per il proprio negozio, sempre a San Ferdinando, e poi per il negozio di oggettistica Cose Belle, al n. 103 di via Sparano. Nello stesso anno l’architetto allestisce il camerino di prova di Mode Giorgio, mettendo a frutto l’esperienza maturata prima con i magazzini Nova (all’angolo con via Dante, nel 1937) poi con il magazzino di modisteria di Mauro Ciccolella (1939, all’angolo con via Putignani).

Abiti, cappelli  o scarpe, nelle vetrine o sugli scaffali progettati da Marino Lopopolo la merce acquista il valore di un gioiello, come i bijoux veri dell’orefice Salerno che per la propria bottega non ha dubbi su quale architetto scritturare. È il 1949, la guerra è finita da poco. Lopopolo che era stato architetto di punta del regime fascista, messo giovanissimo a dirigere un ente strategico per il consenso sociale come l’Istituto delle case popolari, non ha mai smesso di lavorare. E forse proprio nell’allestimento dei negozi egli ha trovato il modo di esprimere più liberamente il risultato della sua formazione culturale, improntata ad un futurismo luminoso, elettrico e dinamico, con un gesto nella definizione dello spazio espositivo che è tutto teso alla trasparenza e alla semplicità delle linee. Una architettura d’interni che rinuncia a mostrare se stessa per mostrare le merci.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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