PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_05_2016

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A San Ferdinando i conci di tufo truccati da…tufo _ Ferite all’opera di Dioguardi

«È durata poco. Non abbiamo fatto in tempo ad applaudire la demolizione della veranda dei quel caffè, che un’altra ferita è stata inferta in piazza San Ferdinando». Al telefono Michele Spinelli, esperto di arte contemporanea e gallerista, è sconsolato. Ci segnala il nuovo insulto all’edificio che racchiude al suo interno la chiesa di San Ferdinando.

Laddove c’era il caffè Savoia ora c’è il bar Jérôme: tavolini sul marciapiede ma senza déhors. Nemmeno una pensilina. Un’ampia vetrina lascia traguardare lo scintillìo dell’interno. Arredamento assai glamour, étagère di cristallo e ottone si arrampicano sulle pareti da ordine gigante. Il gusto è un po’ funereo, è vero, ma sulla scia di Prada, tutti marmi neri e ottoni tirati a specchio, che è a pochi metri di  distanza, lì dove per mezzo secolo ha avuto sede la libreria Laterza. Il design del caffé Jérôme sembra in effetti più coerente con i muri che lo contengono: il palazzo fu costruito nel 1936 dalla Società Adriatica di Navigazione, su progetto dell’architetto Saverio Dioguardi. Erano gli anni del fascismo e degli arredi decadenti e stile «stile Novecento», che il colpo d’occhio del Jérôme vuol forse evocare.

Che l’interno sia bello o brutto, è tutto sommato una faccenda che riguarda il titolare del caffè e i suoi clienti. Ma l’esterno interessa chiunque possa vederlo e la trasformazione di un prospetto è una faccenda pubblica, soprattutto se si tratta – come in questo caso – di un edificio vincolato dai Beni culturali, in un quartiere storico, quale è appunto il Murattiano.

Sulle applique modello Biedermeier si potrebbe anche chiudere un occhio, ma Spinelli ci fa notare che nemmeno la fontana sul lato sinistro del nartece è stata risparmiata: quando cala la sera si riempie di un’algida luce a led con effetto discoteca.  E anche questa illuminazione incongrua si potrebbe spegnere. Ma che dire dei muri che incorniciano la vetrina? Fino ad un’altezza di quattro metri i conci di tufo Mazzero sono stati dipinti, per giunta imitando  le variazioni tonali della pietra e anche le stilature sono state tinteggiate e poi scurite. Stessa sorte per il basamento in pietra calcarea di Bisceglie, ricoperta di vernice  bianca. Insomma, un muro vero è diventato un muro dipinto.

E dire che il complesso di San Ferdinando, come gran parte delle opere non razionaliste realizzate negli anni del ventennio fascista, è un tipico esempio di architettura muraria, nella quale è esaltato con la tettonicità e le stereometria il valore intrinseco dei materiali lapidei e sulla quale si è costruito – nel bene e nel male – il carattere della scuola barese di architettura sotto la guida di Claudio D’Amato Guerrieri.

L’effetto di quel che potremmo definire un curioso trompe-l’oeil tautologico, giacché rappresenta il supporto stesso – è terribile, anche ammesso che sia stato il tentativo di mascherare i danni eventualmente provocati a suo tempo sui conci di tufo con l’ancoraggio della veranda poi rimossa.

Ci chiediamo, con Michele Spinelli, se la soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio abbia già avuto notizia dello stravagante intervento (o è forse una nuova opera di street-art?). Il complesso di San Ferdinando è una delle testimonianze più preziose dell’architettura del Novecento a Bari. Non solo perché racchiude al suo interno la più antica chiesa realizzata nel 1849 su progetto di Fausto Niccolini, figlio dell’architetto del teatro Piccinni, ma soprattutto perché la sua immagine finale è il prodotto di un lungo travaglio progettuale: gli archivi conservano ancora i disegni delle diverse versioni prodotte da Dioguardi nell’arco di un decennio. Almeno quattro progetti, tracce dell’evolvere del gusto del committente come dell’architetto: dal disegno eclettico del 1924, con colonne, capitelli, archi e leoni rampanti, al disegno conclusivo, nel quale è possibile riconoscere l’influenza mitteleuropea di Emil Fahrenkamp con la sua chiesa a Mülheim.

La soprintendenza, tuttavia,  ha mostrato in passato una certa tolleranza verso i prospetti modificati e il tufo verniciato: pensiamo all’Istituto d’arte Pascali o alla Caserma Macchi, sul lungomare. Con questi precedenti, non ci resta che attendere i controlli dell’assessorato comunale all’Urbanistica.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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