PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_03_2016

Arte catalana. Scorcio del Museo di Gae Aulenti a Barcellona

Arte catalana. Scorcio del Museo di Gae Aulenti a Barcellona.

A Villa Capriati il pane, le rose e il taglio in fronte _ L’occupazione e l’idea di Gae Aulenti

 

«Vogliamo il pane, ma anche le rose». I giovani e i precari che hanno occupato alla vigilia di Pasqua il parco di Villa Capriati espongono uno striscione con lo slogan «Bread and Roses», carico di allusioni e citazioni, fra letteratura, musica e politica. Il riferimento è alla poesia che James Oppenheim scrisse nel 1912 per ricordare il drammatico sciopero delle operaie tessili di Lawrence, nel Massachusetts. La poesia divenne presto una canzone con la musica composta da Martha Coleman e Caroline Kohlsaat e poi negli anni Settanta la sorella di Joan Baez, Mimi Farina ne fece una nuova, celebre versione. A rilanciare «Bread and Roses» ha contribuito poi Ken Loach nel  duemila con il suo film che è una parabola della solidarietà tra sfruttati, precari e «invisibili».

Agli stessi ideali di soddisfazione dei bisogni anche spirituali si ispira l’occupazione di Villa Capriati e la cura che immediatamente,  simbolicamente è stata dedicata al giardino inselvatichito.

Sono passati esattamente due anni dalla occupazione della ex caserma Rossani e proprio quando quella esperienza – mentre si affievolisce la spinta iniziale – sta per lasciare lo spazio ai cantieri del parco urbano e della biblioteca-mediateca regionale, ecco che un’altra occupazione scompiglia i programmi del Comune e (se esistessero…) della Città metropolitana.

Ci sono senz’altro differenze tra l’occupazione della ex caserma e quella, attuale, della villa di via Amendola. Ma anche somiglianze: allora come ora l’iniziativa clamorosa reclama la restituzione alla città di un bene comune «sequestrato» dalla pubblica amministrazione, che ne ha impedito per anni l’uso da parte dei cittadini. Allora come ora si tratta di una proprietà pubblica vittima delle oligarchie (tecniche e politiche) dei lavori pubblici e degli appalti. Allora come ora è il «passare all’atto» – diciamo con le parole del filosofo francese Bernard Stiegler – che costringe il potere politico a fare i conti con una situazione imprevista e a dare risposte concrete ad una richiesta concreta di accessibilità e uso del bene comune. E a rendere conto dei progetti avviati e poi dimenticati.Come appunto è accaduto per Villa Capriati, immobile di proprietà della Provincia.

Nel 2001 il presidente Marcello Vernola chiamò ad elaborare uno studio di fattibilità l’architetto milanese Gae Aulenti, insieme a Saverio Monno, manager pubblico della cultura, che tratteggiò il piano di gestione. La loro missione era realizzare una Galleria delle arti contemporanee e del design.

L’idea di trasformazione della villa in museo faceva perno su una intuizione stravagante: invertire l’ingresso e fare della facciata posteriore quella principale, affacciata sul parco e su via Colaianni. Ad esaltare l’intervento sul prospetto privo degli elementi decorativi neoclassici che invece impreziosiscono il lato su via Amendola, Aulenti praticava un profondo taglio verticale che proseguiva poi sul tetto per catturare la luce e per collegare visivamente  l’interno della villa con l’esterno, quell’importante parco privato che evocava in Gae Aulenti l’immagine del «giardino segreto», spazio di una futura esposizione d’arte en plein air. Una lunga, doppia scalinata avrebbe sottolineato e circoscritto il nuovo spazio ibrido: a rivederla nei disegni ricorda, in piccolo, l’enfatica salita di ingresso del Museo dell’arte catalana realizzato da Aulenti tra il 1985 ed il 2004 a Barcellona.

Il progetto per Villa Capriati era già arrivato ad un buon grado di maturità, ma ad un certo punto il rapporto con la Provincia si inceppò. Quando le chiedemmo – ormai sono passati dieci anni – perché si interruppe quel lavoro, Gae Aulenti ci rispose: «Credo che non si faccia architettura pubblica se non con la partecipazione del governo della città. Per realizzare il Museo d’arte catalana a Barcellona sono stati impiegati diciotto anni, perché l’amministrazione comunale non aveva i soldi per un museo di 50mila metri quadri. Abbiamo fatto il progetto di massima, poi lo abbiamo diviso per fasi e lo si è realizzato in quattro stralci. In questo modo, sia pure in diciotto anni, la città di Barcellona si è data questo museo enorme, magnifico». E ha impartito all’Europa anche una lezione di democrazia delle opere pubbliche: «A Barcellona – spiegava Aulenti – durante tutti quegli anni sono cambiati i governi, ma l’obiettivo di realizzare il museo è rimasto sempre presente. È il buongoverno».

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

Annunci

Pubblicato il 30|03|2016, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: