PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 02_03_2016

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Bellezza in città? La norma umilia il progetto _ Urbanisti alla prova di Carrassi  

Fatevene una ragione: la bellezza in città è pura illusione e gli urbanisti d’oggi non possono farci nulla. Anzi, sono le avanguardie dello scetticismo. Non c’è piano regolatore che tenga! Agli ingenui che ancora ci credono consigliamo di rileggere il resoconto stenografico del Consiglio Comunale dell’11 febbraio che ha discusso la mozione presentata dal consigliere Colella (Movimento 5 Stelle) sulla vicenda del cinema Armenise. Noi l’abbiamo fatto e l’attenzione si è fermata su una frase dell’assessore all’Urbanistica, Carla Tedesco. Eccola: «Quando si parla di piani urbanistici, ciò che detta la linea è la parte scritta, sono le norme che prevalgono rispetto agli elaborati grafici».

La frase serve a giustificare l’operato dei tecnici della Ripartizione edilizia che hanno rilasciato il permesso di demolire l’edificio del Cinema Armenise per sostituirlo con un palazzo di appartamenti, nonostante l’immobile fosse inserito in una delle tre «unità minime di intervento» stabilite nel Piano particolareggiato di Carrassi. «Ma si tratta di atti squisitamente tecnico-gestionali – ha spiegato Tedesco – in cui la politica non può entrare perché si rischia di sconfinare oltre le proprie strette competenze».

Ora, non torniamo ad occuparci della vicenda Armenise (ne abbiamo già scritto l’11 e il 18 novembre e poi ancora il 2 dicembre scorsi), vogliamo invece ragionare sulle conseguenze logiche e culturali delle affermazioni di Carla Tedesco che l’urbanistica la insegna allo Iuav di Venezia.

Contro l’opinione largamente condivisa per cui «il piano urbanistico è un atto politico tecnicamente assistito» -icastica definizione di Francesco Indovina – ci pare di capire che le norme tecniche di attuazione, gli aridi coefficienti e le astratte misure sono la bibbia degli impiegati e devono esserlo anche per assessori e consiglieri comunali. Il progetto, cioè il disegno urbano passano invece sullo sfondo, poco più di una concessione agli irriducibili architetti i quali continuano a pretendere che la città, come ogni singolo edificio, debba essere progettata. Immaginiamo solo la reazione dei progettisti del futuro Piano urbanistico generale di Bari che non si tirano mai indietro quando si tratta di proiettare schizzi e disegni negli incontri pubblici!

Il progetto urbano – ne eravamo convinti, finora – non viene dopo, semmai genera quelle norme che sono necessarie alla sua realizzazione. È così anche nella mastodontica speculazione edilizia consumata a Milano tra i grattacieli di City Life e quelli di Porta Nuova: a Bari, una piccola folla ha omaggiato la settimana scorsa nel Teatro Margherita l’architetto Stefano Boeri e il suo «bosco verticale».

Dunque, l’appello alla qualità urbana e alla buona architettura cos’è, umiliando il progetto, se non retorica? A Federico Oliva che lo intervista nel libro laterziano «Città senza cultura» e che gli chiede con insistenza perché le città italiane siano brutte, il grande urbanista Giuseppe Campos Venuti – pragmatico e riformista – risponde che la bruttezza nasce dal fatto che Stato e Comuni «sono incapaci di fare leggi e piani nuovi, ma anche di usare quelli disponibili, che consentirebbero di affrontare e risolvere, intanto – e per quanto è possibile – i problemi delle città». E conclude: «Complessivamente, anche per i servizi il brutto vince sul bello».

Se siamo d’accordo con Campos Venuti (leggendario assessore all’urbanistica nella Bologna del risanamento del centro storico), allora dobbiamo chiederci: il piano particolareggiato di Carrassi, per il quale l’assessore dell’epoca, Donato Bosco, riuscì ad ottenere il voto unanime del Consiglio comunale, è uno di quei piani che avrebbero consentito di affrontare e risolvere almeno in parte i problemi del quartiere? Se no, perché? E cosa si può e si deve fare, ora?

In ogni caso, poiché come assicurano i tecnici all’assessore Tedesco il permesso per la demolizione dell’Armenise è legittimo, allora sarebbe legittima anche la demolizione e ricostruzione (ingrandita) di una singola palazzina del complesso di case popolari di via Giulio Petroni, che costituisce un’altra «unità minima di intervento» del piano particolareggiato «disegnato» dal gruppo diretto dall’architetto Arturo Cucciolla. Magari proprio quella singola palazzina che sta lì dove il progetto del piano prevede la creazione della piazza.

È così, oppure in quel caso le parole non prevalgono più sulla grafica?

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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Pubblicato il 02|03|2016, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Quasi sempre, dopo la lettura di un tuo intervento, mi cadono le braccia.
    Vorrei vedere una tantum un’inversione di tendenza e il nuovo assessore sembrava andare inizialmente nella direzione auspicata da noi cittadini (quelli attenti anche alla forma della cittá). Ma quest’ultima riflessione mi fa tornare i dubbi e le diffidenze che ho sempre provato in questi ultimi anni. Credo che Bari meriti finalmente un salto di qualitá.
    Grazie per l’impegno e la determinazione che metti nel tuo lavoro, per me – semplice lettrice-cittadina – sono piú utili di un libro di testo, in materia architettonica e urbanistica.
    MCristina Rinaldi

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