Quale ruolo svolge l’architettura per la riuscita dell’integrazione?

< L’integrazione presuppone l’incontro. L’incontro ha bisogno di spazi. L’architettura crea spazi o conserva spazi, rispettando quelli esistenti. Qualche volta l’architettura li distrugge anche. Che l’integrazione possa riuscire dipende dalla disposizione di una società; ha bisogno di paesaggi urbani e spazi di incontro che la rendano possibile e la sostengano. Il quartiere e la casa sono fatti in modo tale che io possa avere esperienza del mio vicino, che è nuovo nella società? Che io possa incontrarlo/la? Si incrociano le nostre strade e i nostri sguardi? Abbiamo esperienza di noi e del nostro vicino in quanto essere umano? Oppure in quanto gruppo degli “altri” [da tenere] a distanza? Comunità o vicinato – l’architettura crea la possibilità di incontro e in tal modo anche la possibilità di integrazione! >

Con queste parole Heinrich Lessing, un architetto della Bund Deutscher Architekten – BDA, esprime il suo punto di vista riguardo le responsabilità dell’architettura nei confronti di una fondamentale questione, di grande significato in questo momento, soprattutto nei paesi del nord Europa: l’integrazione. La BDA, che esiste dal 1903 ed è assimilabile ai nostri ordini professionali, ha dato vita a una serie di mini-interviste dal titolo “Auf ein Wort” (“In una parola”), pubblicate sul profilo Facebook della rivista “der architekt“: gli intervistati – architetti e urbanisti – rispondono con brevissimi saggi alla domanda < Quale ruolo svolge l’architettura per la riuscita dell’integrazione? >.

Spesso si tratta di figure professionali lontane da riviste patinate e grandi commissioni, eppure la limpidità e l’efficacia delle loro parole risuonano commoventi. Sono tempi di parlamentari ignoranti, di intellettuali silenti, di amministratori incapaci e progettisti asserviti. Abbiamo sete di idee aperte alla solidarietà e all’uguaglianza, e professionisti come questi, che ci ricordano cosa significa progettare spazi, pensare una città, sono preziosi.

Le disuguaglianze sociali e i conflitti nel mondo rendono le città sempre più complesse da gestire, e le pubbliche amministrazioni non sono le uniche a risentirne: si diffonde tra la gente la paura dell’altro, la necessità di difesa, il desiderio di sorveglianza. Sono reazioni comprensibili, in un paese dove aumenta il tasso di analfabeti e diminuisce il generale livello di cultura. Quello che non è comprensibile, per nulla, è che sindaci e assessori assecondino le intenzioni meno civili del popolo, e anzi, le alimentino con ordinanze e scelte urbanistiche discutibili. E’ del 1997 il libro in cui Richard Rogers delinea il declino della città e la loro incapacità a essere ancora la casa degli uomini: < Le città possono solo riflettere i valori, l’impegno e la volontà delle società che esse ospitano. Il successo di una città dipende dai suoi abitanti, dal suo governo e dalle priorità scelte da ambedue per mantenere l’ambiente urbano a loro misura, a misura d’uomo. >

Questa misura viene persa ogni volta che si recintano parchi, si chiudono spazi pubblici, si installano inutili video-sorveglianze.

Ogni architetto, ingegnere, urbanista detiene (oggi più che mai) una grande responsabilità, quella di essere la voce indipendente e consapevole nei dibattiti sociali che richiedono tolleranza, lungimiranza. Se viene meno questo ruolo, essi si trasformano in automi che disegnano linee, spostano volumi, calcolano strutture.

Serve ora, subito, un risveglio delle coscienze e una partecipazione alla formazione di una società migliore, in città migliori.

 

 

ROBERTA SIGNORILE

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Pubblicato il 16|02|2016, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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