PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_02_2016

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Guido Cadorin, Le tabacchine, olio su tavola, 1920 (particolare)

Guido Cadorin, Le tabacchine, olio su tavola, 1920 (particolare)

Alla Manifattura un progetto dell’immateriale _ Concorso per il Cnr al Libertà

Portare la ricerca scientifica nel cuore del quartiere Libertà e al tempo stesso riutilizzare un immobile che è vuoto da decenni ed è assai malandato, nonostante sia un monumento, tutelato dalla Repubblica. La svolta per la ex Manifattura dei Tabacchi si chiama Consiglio Nazionale delle Ricerche: una sede per oltre 600 scienziati, da realizzare con un investimento di 33 milioni di euro. Questo il succo dell’accordo illustrato venerdì scorso e con il quale la Invimit Sgr (società di investimenti immobiliari, braccio operativo del Ministero dello Sviluppo economico nelle attività di dismissione del patrimonio demaniale) si fa carico della ristrutturazione, togliendo le castagne dal fuoco all’Università degli Studi. L’Ateneo aveva acquistato la metà della Manifattura per trasferirvi la facoltà di Scienze della Formazione che cresceva per numero di matricole e di insegnamenti, molti dei quali affidati a contratto o a supplenza. Ma sono stati gli stessi docenti gli avversari più tenaci del progetto, riluttanti all’idea di lasciare il borghese quartiere murattiano per il popolare Libertà, e per giunta in condominio con il mercato ortofrutticolo che occupa un’altra consistente porzione della fabbrica dismessa.

C’è tuttavia una continuità tra il naufragato trasloco universitario  e l’annuncio dell’insediarsi del Cnr: oggi come allora si tratta di realizzare un luogo di produzione culturale e non stupisce affatto il destino che contraddistingue – dovunque in Europa – la rigenerazione degli spazi dell’industria dismessa. È il simbolico passaggio dal materiale all’immateriale, dalla produzione di merci (in questo caso, le sigarette) alla produzione di idee. Potremmo dire che è un processo «naturale», mentre osserviamo che  trasformazioni di maggior successo si hanno lì dove si asseconda la compresenza di funzioni diverse. È prevedibile che qualcuno ora storcerà il naso, reclamando un uso degli spazi più vicino ai fabbisogni dei residenti di un quartiere che è in effetti fra i più poveri di servizi. Ma consideriamo il beneficio sociale derivante dall’innesto nel territorio di una nuova funzione di rango superiore e l’insostituibile effetto-città che sarà generato. D’altra parte, era questo il senso originario della Manifattura, raggiunta ogni mattina dalle operaie, quelle «tabacchine» provenienti dalla provincia che sciamavano orgogliose per le vie del quartiere.

La Manifattura fu concepita nel 1902 ma la prima illustrazione del progetto avvenne nel 1095 sulle colonne della Corriere delle Puglie, progenitore della Gazzetta. Fu lo stesso autore, l’ingegnere Vittorio Emanuele Aliprandi a descriverlo. Aliprandi era un tecnico interno alla amministrazione delle Privative (cioè i Monopoli). Progettista di edifici e di macchine industriali, come la «Rose», una confezionatrice automatica di pacchetti di tabacco trinciato. Oggi si potrebbe definire Aliprandi un ingegnere gestionale: nel periodo 1915-1924 arrivò a giocare il ruolo di Direttore generale delle Privative.

Da ingegnere di Stato egli progetta a Bari un complesso industriale prevedendone l’ampliamento successivo e organizza il lotto rettangolare secondo regole autonome di composizione architettonica, seguendo le prescrizioni di simmetria ed equivalenza imposte dallo stile neoclassico. Ma dimostra una non scontata sensibilità per il paesaggio urbano. Non potendo allineare l’ingresso principale su via Ravanas,  riesce comunque a collocare l’alta ciminiera in asse con via Garruba, stabilendo un dialogo esplicito con il palazzo dell’Ateneo e dunque con l’architettura ottocentesca del napoletano Giovanni Castelli. Segno premonitore di un legame futuro…

Ma ora dobbiamo chiederci: come sarà la Manifattura della Scienza? L’amministratore delegato di Invimit Sgr, l’architetto Elisabetta Spitz, ha annunciato che entro la fine del mese sarà lanciato un concorso di idee rivolto a giovani architetti e ingegneri. A fine maggio sarà premiato il vincitore e il cantiere si aprirà a gennaio 2017 mentre i lavori saranno ultimati a settembre 2018. Questa tabella di marcia ci sembra fantascientifica, ma tutto è possibile. Anche se non è affatto verosimile che da un concorso di idee per giovani progettisti si arrivi ad un progetto esecutivo in soli sei mesi.

Spitz spiega che per evitare intoppi e ritardi nella commissione di concorso ci sarà un rappresentante della Soprintendenza ai beni architettonici. Ipotesi assai criticabile, a nostro avviso, perché si  confondono ruoli diversi. Il ruolo della Soprintendenza deve rimanere quello del controllo sulla progettazione del restauro: quanta libertà avrebbe il Soprintendente nel giudicare un progetto scelto anche da un funzionario del proprio ufficio?

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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