PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 03_02_2016

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Riccardo Tota | paesaggio barese

«Ora vi dico chi ha fatto di Bari una città ignobile» _ Il Piano regolatore, ieri e oggi

«Chi parla del piano regolatore? Gli ingegneri, gli architetti: cioè i tecnici che hanno interessi di tipo professionale; i proprietari di terreni e di case e le imprese interessate alle costruzioni; ognuno di loro da una angolazione diversa, per alcuni positiva, per altri negativa. Però non abbiamo la reale voce di tutti i cittadini». Queste parole, che reclamano una urbanistica partecipata, e dunque risuonano attualissime, sono state pronunciate oltre quarant’anni fa.

Per la precisione il 22 dicembre 1972, nell’aula del Consiglio comunale di Bari. E a pronunciarle è stato addirittura un assessore ai Lavori Pubblici, Franco Monteleone. L’occasione è il dibattito su una variante di salvaguardia, prima della adozione del Piano regolatore che Ludovico Quaroni sta per consegnare al Comune. La giunta di Nicola Vernola si trova di fronte alla necessità di vincolare aree della città al verde e ai servizi, per salvare le previsioni del futuro Prg.

Il dibattito è acceso, alla relazione dell’assessore all’urbanistica, Quintino Basso, rispondono consiglieri del calibro di Araldo Di Crollalanza, Enrico Piccone, Franco Silvestri. Ma è Monteleone a mettere le cose in chiaro, sottraendo l’urbanistica al monopolio degli specialisti e dei titolati, come invece ancora poche settimane fa pretendeva, intervenendo su queste pagine, l’ex assessore dell’Emiliano-bis, l’ingegnere Elio Sannicandro: «Sono temi complessi – ha sostenuto – su cui ciascuno può avere opinioni diverse ma, ritengo, non sia corretto ergersi a paladini della giustizia e inquisitori della morale soprattutto quando non se ne hanno competenze e affidamento». Di ben altra temperatura le convinzioni del suo predecessore Monteleone: «Il Piano non si attua con un colpo di bacchetta magica; non è una cosa che arriva dall’alto perché un professore universitario chiuso nella torre della propria cultura ha deciso il nuovo disegno della città o perché alcuni amministratori particolarmente illuminati impropriamente lo creano estraendolo dal nulla. Il Piano è una cosa che deve convincere la Città, deve smussare angolature, vincere resistenze, perché è inutile essere miopi e cercare di non vedere chi c’è dall’altra parte».

Dall’altra parte c’era – e c’è tuttora – la rendita fondiaria, c’è la rendita edilizia, che il solo nominare è – per lo storico dell’Industria Federico Pirro – un atto «ideologico» perché in questa rubrica abbiamo sollevato il problema cruciale del taglio nel nuovo piano urbanistico generale di 15 milioni di metricubi, residuo del Piano Quaroni, e denunciato il tentativo di riciclarli con i «crediti edilizi». Non sappiano se parlare di rendita fondiaria fosse «ideologia» anche 44 anni fa, ma ad ogni buon conto ecco che ne pensa all’epoca l’assessore Monteleone: «Questa proprietà edilizia che cosa teme? Teme qualsiasi atto che squilibri l’esistente, perché l’esistente è una fotografia del sistema speculativo di investimenti – sono parole dell’assessore socialista del sindaco democristiano Vernola – che ha configurato una forma di città in cui via Sparano ha un valore, via Manzoni ne ha un altro, il Cep un altro. E la città che questo sistema ha configurato è una città priva di verde con interi quartieri privi di servizi, con un sistema di viabilità incompleto e non funzionale».

All’analisi di Monteleone fa eco, da banchi dell’opposizione comunista, l’ingegner Piccone: «Se c’è un urbanista o se c’è un tecnico che ha il coraggio di dire che noi roviniamo la città dando 18 metri quadri per abitante perché ci nasca l’asilo, perché ci nasca il giardino e possibilmente anche il parcheggio dove mettere la automobile, lo venga a dire apertamente e si assumerà le sue responsabilità». E come in una mano di poker, si gioca al rilancio denunciando «la politica delle varianti, delle sanatorie, una politica – dice l’ingegner Lamaddalena, il consigliere dc che nel 1976 sarà il successore di Vernola sulla poltrona di primo cittadino – per la quale Bari è quella di oggi: una città ignobile».

Tutta colpa dei privati e della rendita fondiaria? No, anche il «pubblico» ci ha messo del suo: è nella storia del Comune «cedere anche verso interessi pubblici che non capiscono qual è il rapporto tra un interesse pubblico particolare, parziale e l’interesse pubblico generale e reale». La riflessione di Monteleone sembra ritagliata sul caso odierno del palazzo del Genio civile in costruzione di fronte al Castello Svevo, nonostante i vincoli architettonici e le proteste popolari. L’assessore pupillo di Di Vagno, aveva più d’un esempio da dispensare ai consiglieri comunali, uno fra tutti quello dell’Università che chiese e ottenne per il Campus quella variante urbanistica che ha tappato la seconda Mediana, impedendo il collegamento già progettato con Japigia. «Certo l’Università rappresenta la cultura – dice deluso e indignato Monteleone – ma se la cultura si comporta così, come si dovranno comportare gli altri?».

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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