PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_12_2015

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Azenha

L’identità è un comignolo azzurro _ Portogallo, premio a giovani baresi

C’è un posto, in Portogallo, che dimostra quali danni possono fare al paesaggio certe imprese turistiche. E per il quale un gruppo di giovani architetti italiani ha trovato un rimedio. Il luogo si chiama Azenha do Mar: è un villaggio affacciato sull’oceano, non lontano da Lisbona, al centro del parco naturale di Sintra.

Ufficialmente un migliaio di abitanti, in effetti poche centinaia. Una tradizione agricola di recente fattura ed una vocazione turistica promossa e poi interrotta sul nascere dalla crisi economica.

Reinventare, o forse concepire per la prima volta, una identità del luogo attraverso il progetto di architettura era il tema di uno dei numerosi concorsi della 13ª edizione di Europan, la gara internazionale riservata a progettisti under 40.  Ha vinto un gruppo di giovani architetti e ingeneri baresi, tutti laureati del Politecnico di Bari, i quali hanno scelto di evadere dai pascoli nostrani e di misurarsi con i criteri di una giuria non «all’italiana», composta fra gli altri dal portoghese Ricardo Bak Gordon e dal catalano Joan Busquets: due autorità internazionali, anche dal punto di vista accademico.

L’idea di Alessandro Labriola (capogruppo), Giuditta Matarrese, Roberto Carlucci, Daniela Mancini, Maria Piepoli e Antonietta Canta si può riassumere nel concetto di «densificazione». Che non è solo l’aggiungere un po’ di volumetria all’esistente, come vogliono farci credere gli urbanisti-immobiliaristi, ma anche e soprattutto introdurre e intrecciare funzioni, attività economiche, relazioni umane, cioè badare all’aspetto immateriale della faccenda.

A ben vedere, si tratta di costruire una comunità attraverso la previsione (o l’invenzione) di necessità collettive. Non è una novità: dalle città di fondazione rinascimentali alle Siedlungen del Modernismo tedesco, fino alle new town della Cina d’oggi, il progetto di realizzare una «comunità felice» si è sempre misurato con la capacità politica di gestire un programma sociale e si è sempre infranto sulla rigidità di modelli specializzati (dal quartiere-dormitorio operaio alla città-giardino dell’alta borghesia).

La strategia del gruppo barese consiste dunque nel completare un insediamento urbano, promuovendo con strutture e servizi adeguati le attività di pesca e di marineria e quelle di agricoltura, accanto alle iniziative turistiche e ricettive, dotando l’insieme di luoghi e impianti pubblici. Tradotta in forma architettonica, questa strategia presuppone la costruzione di edifici «flessibili», adattabili cioè a usi diversi e mutevoli nel tempo. Una casa familiare che possa diventare all’occorrenza laboratorio per artigiani o residence turistico o abitazione sociale. Oppure agglomerarsi con altri edifici per usi culturali e comunitari. Insomma edifici sottratti per quanto è possibile al dominio degli standard e ai vincoli della tipologia.

Ma rimane ferma la scelta di completare il villaggio, su una griglia ortogonale ormai già tracciata, con edifici bassi dal tetto a falda, «mantenendo l’immagine consolidata – si legge nella relazione al progetto – di questo piccolo posto. Aiutano a costruire l’identità condivisa l’uso di colori e materiali tradizionali e di elementi riconoscibili, come gli alti comignoli». Nelle immagini di progetto vediamo questi comignoli tinteggiati di blu staccarsi dal biancore abbacinante delle pareti intonacate a calce e non possiamo non riconoscere in questo gesto l’insegnamento dei padri nobili della architettura portoghese del Novecento, e lo sforzo di costruire una architettura «nazionale» autonoma rispetto al pensiero globale del modernismo tecnologico, ma al tempo stesso salvata dal ricatto del linguaggio vernacolare, dall’imitazione cioè della presunta tradizione locale. Pensiamo soprattutto a Fernando Távora che, insieme a Keil do Amaral, è il fondatore teorico del regionalismo lusitano. Nel 1957 Távora progetta la «Casa a Ofir»: muri portanti in pietra, tetto spiovente con tegole e capriate in legno, secondo la tradizione costruttiva popolare, ma anche travi di cemento armato a collegare i tre spazi in cui è articolato l’edificio e dai quali emerge il camino, dipinto a contrasto.

I giovani baresi dimostrano così di adoperare la storia dell’architettura come materiale del progetto, e non deve stupirci poi tanto se consideriamo l’attenzione che negli anni passati – soprattutto grazie a Giovanni Leoni e a Antonio Esposito – è stata dedicata ai maestri del contemporaneo portoghese nella facoltà di Architettura del Politecnico di Bari.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

Pubblicato il 30|12|2015, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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