Parturient montes, nascetur ridiculus mus.

Il territorio urbanizzato fagocita suolo libero (foto Roberta Signorile)

Il territorio urbanizzato fagocita suolo libero (foto Roberta Signorile)

Come spesso accade con il Parlamento italiano, alla fine la montagna potrebbe partorire il più classico dei topolini: la tanto attesa ed invocata legge in tema di contenimento del consumo di suolo rischia, infine, di tradursi nel solito specchietto per allodole.

È, quella del consumo di suolo, una tematica introdotta nell’agenda politica italiana solo nel novembre 2012 con la proposta di legge presentata dall’allora ministro delle Politiche agricole del governo Monti, Mario Catania. È, tuttavia, un problema di gestione del territorio che ha radici ben più antiche e che solo i movimenti più progressisti hanno saputo denunciare e studiare (Eddyburg ha dedicato al tema una sessione della Scuola già nel 2005, mentre a partire dal 2011 si è costituito il Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori, “un aggregato di associazioni e cittadini di tutta Italia, che, mantenendo le peculiarità di ciascun soggetto, intende perseguire un unico obiettivo: salvare il paesaggio e il territorio italiano dalla deregulation e dal cemento selvaggio”). È, ancora, materia che i Paesi più civili hanno già normato (la Germania, per esempio, ha già approvato uno strumento normativo che fissa l’obiettivo del consumo di suolo zero da raggiungersi entro il 2050 passando attraverso l’obiettivo intermedio dei massimo 30 ha/g nel 2020).

Da circa 39 mesi (a dimostrazione della priorità che questa tematica ha nel panorama politico e culturale italiano!) giace in Parlamento una proposta di legge per ridurre il consumo di suolo con l’obiettivo dichiarato, ad oggi assolutamente utopico visti gli attuali approcci culturali, di puntare al consumo di suolo nullo entro il 2050. Si tratta del DDL 2039 “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato”; l’ultima versione del testo di legge è aggiornata al 20 gennaio 2015.

La legge approderà in Aula svuotata dei suoi contenuti più urgenti e necessari.

Gli ultimi emendamenti presentati a giugno dai relatori Chiara Braga e Massimo Fiorio (entrambi del PD) introducono, infatti, una serie di “fatta eccezione per …” che promettono di allentare le maglie del contenimento del consumo del suolo; maglie che, almeno dichiaratamente, il testo vorrebbe introdurre e infittire. Se infatti il testo base escludeva già dalla definizione di “superficie agricola” “le superfici destinate a servizi pubblici di livello generale e locale previsti dagli strumenti urbanistici vigenti”, gli emendamenti ora aggiungono “i lotti e gli spazi inedificati interclusi già dotati di opere di urbanizzazione primaria e destinati prioritariamente a interventi di riuso e di rigenerazione”. Cioè a dire che non sarebbero computate come “aree consumate” le aree verdi residuali che attualmente giacciono tra aree impermeabilizzate contigue. [A solo titolo esemplificativo si pensi che l’area della ex Caserma Rossani non sarebbe considerata “superficie agricola, naturale e seminaturale” e quindi non rientrerebbe nel computo del consumo e, conseguentemente, potrebbe essere legittimamente destinata a quella rigenerazione urbana che è la nuova veste sotto cui mascherare la più bieca speculazione edilizia].

Ma non solo, anche le cave non rientrerebbero nel calcolo del suolo consumato. Se, infatti, il testo presentato a gennaio includeva le aree di cava, il < colpo di spugna democratico > ha cancellato anche queste.

Per non tacere dell’indulgenza concessa alle Grandi Opere della Legge Obiettivo (inserite nell’allegato del Documento di economia e finanza del 2015) che quindi, in linea con la filosofia “Sblocca Italia”, potranno andare avanti, in deroga ad ogni altra Legge.

Insomma, “alla fine, la tutela del paesaggio agrario e dello spazio aperto è solo un fragile paravento al riparo del quale prendono corpo operazioni che addirittura favoriscono la speculazione immobiliare” come i compendi agricoli neorurali . “I compendi agricoli sono il machiavello per la trasformazione dell’edilizia rurale in altre attività (amministrative, servizi ludico-ricreativi, turistico-ricettivi, medici, eccetera). Una legge che nasce per promuovere e tutelare l’agricoltura, il paesaggio e l’ambiente consente quindi la distruzione dell’attività agricola e dei relativi manufatti” [Vezio De Lucia, 2015]. E noi, qui in Puglia ne abbiamo già una tangibile dimostrazione con la maggior parte delle antiche masserie trasformate in strutture agrituristiche,  B&B e resort di lusso con annessa piscina, destinate ad accogliere i matrimoni dell’upper class globale che non solo non valorizzano il patrimonio storico-artistico-culturale ma lo stuprano, lo degradano e ne cancellano l’identità privandole di  quelle caratteristiche che oggi le rendono così attraenti, lasciando intravvedere nel giro di pochi anni (dieci? venti?) lo spettro di una nuova, questa volta definitiva, morte.

Preoccuparsi oggi dello stato del suolo non è una questione da alternativi, è la non più rinviabile urgenza da affrontare senza concedere ulteriore spazio e tempo ai più spregiudicati speculatori. E’ ora che il legislatore deliberi, finalmente, in materia e che lo faccia abbandonando questo ddl, nato male ed evolutosi peggio. Certo non mancano in Parlamento testi di legge più incisivi come quelli, molto interessanti, proposti da Eddyburg (tra i cui firmatari si registrano personalità del calibro di Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Luca De Lucia, Antonio di Gennaro, Edoardo Salzano e Giancarlo Storto che ha, tra l’altro, il merito di spostare le materia dal “governo del territorio” alla “tutela dell’ambiente e del paesaggio” e quindi la competenza legislativa dal concorso Stato-Regioni a quella esclusiva Statale)  e dal Movimento 5 Stelle (anche questo redatto con la consulenza essenziale dell’urbanista Paolo Berdini).

Le conseguenze sono esperibili, ed anzi già esperite, da tutti noi: è tornata la stagione delle piogge più frequenti e, con essa, l’allarme da dissesto idrogeologico che, a voler usare una metafora, è il figlio primogenito del consumo di suolo insieme alla riduzione della superficie agricola e quindi della produzione agroalimentare.

PASQUALE PULITO

Pubblicato il 13|12|2015, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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