PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_11_2015

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Studio 015 / Paola Viganò | progetto Flaminio | Roma

Vecchie caserme sul mercato. Miseria e nobiltà _ Bari – Roma: sfida a Urbanpromo  

Le caserme dismesse sono di moda. All’ultima edizione di «Urbapromo» che si è svolta alla Triennale di Milano la scorsa settimana era questo uno dei temi alla ribalta. Il Comune di Bari ha partecipato alla rassegna urbanistica internazionale illustrando i progetti in corso per la ex caserma Rossani e si è ritrovata a confrontarsi con iniziative analoghe, almeno tre: la caserma Mameli a Milano, la ferrarese caserma Pozzuolo del Friuli e la caserma Guido Reni di Roma. Questi tre casi hanno in comune il fatto di essere gestiti da CDP Investimenti Sgrv, una società formata dalla Cassa Depositi e Prestiti, per il 70%, e per il restante capitale dalle casse di risparmio (Accri) e dall’Abi (Associazione delle Banche Italiane), in parti uguali.

La società si occupa tra l’altro della dismissione di patrimoni immobiliari da parte di enti pubblici, quali sono appunto le caserme. Insomma, di mettere sul mercato il patrimonio pubblico. Da questo punto di vista il caso barese della Rossani è agli antipodi, perché la ex caserma di Carrassi è stata difesa da ripetuti tentativi di privatizzazione, più o meno energici, e la trasformazione in atto è tutta di mano pubblica.

In un’unica tavola in mostra alla Triennale, l’assessorato guidato da Carla Tedesco ha riassunto quel che sta per avvenire alla Rossani: la prima parte del parco progettato da Fuksas, l’Urban center già in cantiere in quella che era la palazzina degli spogliatoi, il progetto della Casa delle associazioni (affidato all’ingegner Elio Santamato), e quelli della Mediateca regionale e del Polo bibliotecario regionale (a firma di Antonella Agnoli e Elisabetta Fabbri, tra gli altri).

Di Milano e di Ferrara si può dir poco, perché la progettazione lì è ancora ai primi passi, affidata a Onsitestudio (per la caserma Mameli) e agli architetti dello Studio Performa (per l’altra). Più avanzato è invece il caso di Roma, dove lo Studio 015 Paola Viganò in associazione con la società d’ingegneria D’Appolonia ha vinto un concorso bandito dal Comune di Roma. Obiettivo, elaborare il Piano di Recupero per la trasformazione urbanistica dell’area, nel cuore del quartiere Flaminio, a pochi metri dal Palasport di Pierluigi Nervi e del Maxxi, il museo disegnato da Zaha Hadid. Nonostante la sostanziale differenza nella gestione immobiliare dell’investimento, si possono trovare analogie nel confronto tra Bari e Roma. La principale consiste nel processo partecipativo, che per l’amministrazione comunale di Bari è il valore aggiunto dell’operazione-Rossani. La partecipazione – nata sulla spinta poderosa impressa dalla occupazione da parte di un collettivo autogestito, il 1˚ febbraio dell’anno scorso – ha permesso di ottenere che l’archistar Massimiliano Fuksas modificasse il proprio progetto adeguandolo alle richieste delle associazioni e dei cittadini che hanno animato il laboratorio di partecipazione. Tra luci e ombre naturalmente, e scontando il fatto che il processo di ascolto e coinvolgimento è stato avviato quando l’incarico a Fuksas era già stato affidato, dalla precedente amministrazione Emiliano.

Anche a Roma la trasformazione della ex caserma del Flaminio passa attraverso un processo partecipativo avviato il 4 agosto scorso: si sono già tenuti due incontri per esaminare e discutere il piano dell’urbanista Paola Viganò che prevede l’insediamento di importanti funzioni urbane, quali la Città della Scienza, residenze, un albergo, servizi commerciali e servizi di quartiere. Il piano per il Flaminio – sostiene Viganò – propone «una struttura urbana solidamente ancorata  alla definizione dello spazio pubblico». Ora, non è difficile intuire che nell’operazione saranno coinvolti gli imprenditori privati. Ma l’apertura all’investimento del privato nella trasformazione della città in sé non è né positiva né negativa, dipende dal ruolo che lo spazio pubblico gioca nella rigenerazione: se prevalente, è in grado di determinare non solo l’equilibrio delle funzioni e l’efficienza delle infrastrutture ma anche la qualità della progettazione architettonica, tanto nella parte pubblica quanto in quella privata. Al contrario, se lo spazio pubblico è confinato in una posizione marginale, la rigenerazione si traduce in una strategia immobiliare e speculativa il cui risultato è la privatizzazione della città: per fare un esempio, ci basta guardare a quel che è appena avvenuto a Milano, nell’area di Porta Nuova, dove pure si proclamava la promozione dello spazio pubblico.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

Pubblichiamo qui di seguito dei link per approfondire alcuni degli argomenti trattati:

 

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