PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_11_2015

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Il cinema Armenise

Quartiere Carrassi un delitto quasi perfetto _ La demolizione dell’Armenise

È bastata una frase sibillina se non proprio incomprensibile, scritta in una delibera di cui nessuno ricorda granché e che molti ignoravano del tutto, per stracciare un intero Piano particolareggiato, quello di Carrassi. E il misfatto – perché di tanto si tratta – non sarebbe venuto a galla fino a quando  qualcuno non avesse nutrito nostalgia per quel cinema Armenise prossimo alla demolizione.

Il misfatto ha un nome all’apparenza innocuo: delibera di giunta comunale n. 184 del 3 aprile 2014, intitolata «Variante alle norme tecniche di attuazione del Piano particolareggiato della zona di rinnovamento urbano B/6 rione Carrassi tra prima e seconda mediana». La frase incriminata è quella con cui è stato modificato  l’articolo 8 «Unità operative minime». Nella versione originale si stabiliva che in tre casi – oggetto di progettazione nell’ambito del piano – l’unità minima di trasformazione non coincide con la particella catastale, ma con l’ambito più ampio del progetto, cioè almeno un isolato, come appunto nel caso del cinema Armenise. Nella versione modificata quel che prima era «Ristrutturazione urbana» diventa «Ristrutturazione urbanistica». Una sottigliezza linguistica, si dirà, che non cambia nulla nella sostanza.  Ne erano convinti anche nell’assessorato all’Urbanistica, finché non si è scoperto che l’attuale progetto di demolizione e sostituzione del cinema Armenise non ha nulla a che fare con quanto progettato nel piano particolareggiato, eppure sarebbe «conforme» al Piano particolareggiato, variante compresa.

Il dubbio aveva cominciato a lievitare quando s’era saputo che un privato aveva presentato allo «sportello unico dell’edilizia» una richiesta di  permesso di costruire: per una operazione immobiliare e urbanistica del peso della torre progettata nel Piano in effetti  la procedura doveva essere un po’ più complessa. E infatti, quel che dovrebbe essere costruito dopo la demolizione è ben altro ed è  ben di meno. Per quel che se ne può sapere, il progetto, presentato lo scorso luglio e ancora in istruttoria, consiste nella sostituzione del cinema con un edificio destinato a negozi e appartamenti, diciamo non più di cinque piani, per una volumetria totale di circa 9mila metricubi. Insomma, una cosetta, rispetto ai 59.725 metricubi previsti nel piano particolareggiato.

La settimana scorsa, questa rubrica si concludeva così:  se è vero che la strada per il salvataggio delle città passa attraverso la rigenerazione urbana, la densità e il consumo zero di suolo, questo è il caso in cui le belle teorie possono incontrarsi con la buona pratica. Oppure per assistere ancora una volta alla frustrazione del governo democratico delle trasformazioni urbane.

Appunto: assistiamo ancora una volta alla delusione di ogni aspettativa di miglioramento della città sia nelle funzioni (si perde un cinema), sia nell’urbanistica (si perde una strada e un giardino), sia nel patrimonio pubblico (che si sarebbe arricchito con l’operazione della torre), sia nell’architettura, se questo aspetto ancora interessa qualcuno, a queste latitudini.

L’assessore che nel 2014 portò in giunta la variante al Piano, Elio Sannicandro, non ne ricorda le motivazioni. A che cosa serviva? Forse si trattava – dice – di sbloccare un progetto dell’ingegner Giuseppe Bruno per via Vecchio (ambito di un’altra delle tre unità minime). Ma tutto è nebuloso, vago. E rimane sorpreso, Sannicandro, non meno dell’attuale assessore all’Urbanistica Carla Tedesco, quando gli si fa notare che con quella variante all’articolo 8, con quella «innocua» sottigliezza lessicale, si è azzerato anche il terzo progetto, relativo al rione delle case popolari di via Giulio Petroni.

Della riqualificazione di Carrassi si occupa anche il Documento programmatico della Rigenerazione Urbana approvato nel maggio 2011, definendo l’Ambito H: «riattivazione dei fronti urbani – si legge tra l’altro – attraverso l’introduzione di nuove funzioni terziarie ai piani terra, la riqualificazione del patrimonio edilizio degradato. A ciò potrà contribuire l’attuazione del piano particolareggiato approvato per il quartiere, che prevede interventi di ristrutturazione urbanistica delle parti più degradate».

Ecco questa è la bella teoria, la vile pratica quotidiana invece è sfilare i nervi all’urbanistica per poi dire che non funziona. Ma ora abbiamo la prova che non è il mitico mercato né una oscura forza ad agire contro la pianificazione. No, è lo stesso Comune, con i suoi assessori, i suoi tecnici e i suoi funzionari.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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