PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 04_11_2015

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uno schizzo dal Pug di Bari

Consumo zero di suolo per rifare la città costruita _ Edilizia, dalla teoria alla pratica  

Ogni secondo che passa, in Italia, sette metri quadrati di campagna spariscono e diventano città, o meglio qualcosa che vorrebbe esserlo ma il più delle volte ne è solo il fallimento. Il problema è che non si può tornare indietro, perché il consumo di suolo è un fenomeno irreversibile. Che ruolo gioca questo tema nel dibattito sul futuro piano urbanistico di Bari? Minimo se non nullo, confuso nelle nebbie della «rigenerazione urbana» che nella sua declinazione locale finisce sempre per avvitarsi sulla edificazione della costa, soprattutto quella di Levante: la sindrome di Punta Perotti. E invece l’anima del Pug dovrebbe essere la ricostruzione della città consolidata, usata e abbandonata, puntando al «consumo zero» di suolo.

Sui principi non è poi difficile trovare consenso (si ritrovano anche nelle bozze del Pug), più difficile è tradurli in azioni di governo. Proviamo a spiegarci. Bari occupa una assai poco nobile posizione: è quarta (dopo Napoli, Milano e Torino) nella lista nera delle città più cementificate d’Italia, con il 38,5% dell’intero territorio comunale (fonte Ecoalfabeta). Il paradosso è che mentre si continua a costruire case, gli appartamenti sono sempre più vuoti: l’indice di intensità, secondo i dati dell’Ispra, è sceso da 82 abitanti per ettaro (nel 1990) a 79,2 (nel 1999), cioè quasi la metà di Torino.

Sono i numeri allora a smentire il dogma immobiliarista secondo cui «servono nuove case per fronteggiare l’emergenza abitativa». Da questo punto di vista, ogni ragionamento sul Pug dovrebbe superare i proclami teorici e partire da decisioni chiare e concrete: cancellare definitivamente i 15 milioni di metricubi residui del piano Quaroni è sufficiente? Probabilmente no, se consideriamo che oltre quelle «promesse» ci sono tutte le poderose lottizzazioni già approvate ma non ancora realizzate. Se poi i metricubi in eccesso diventano crediti edilizi – ancorché  camuffati da «perequazione» o «compensazione» – allora siamo di fronte ad una… partita di giro. E comunque lontanissimi dalla possibilità di invertire la tendenza e indurre l’industria edile e il mercato immobiliare a «costruire nel costruito», cioè a investire nella rigenerazione urbana.

A conferma che la ricostruzione dei quartieri degradati può avvenire solo se contemporaneamente si ferma il consumo della campagna (anche se non coltivata) torna utile dare un’occhiata a quel che succede in Parlamento. Le commissioni Ambiente e Agricoltura della Camera dei deputati hanno approvato solo una settimana fa il testo unificato del disegno di legge per il «contenimento del consumo di suolo e rigenerazione del suolo edificato» (i relatori sono Chiara Braga e Massimo Florio). Rispetto ad altri paesi europei come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, l’Italia è al solito in ritardo e deve rincorrere con affanno l’obiettivo del «consumo zero» di suolo fissato dalla Commissione europea entro il 2050.

Il testo in discussione è timidissimo in molti aspetti, soprattutto nelle deleghe al governo e nella patologica vaghezza delle deroghe per le opere pubbliche, ma ha il merito di indurre l’economia del mattone a prendere atto della catastrofe imminente. Il presidente dell’Ance Bari-Bat, cioè l’associazione degli edili, Beppe Fragasso, ci segnala una dichiarazione del presidente nazionale, Claudio De Albertis, all’indomani del via libera dei deputati al ddl. La sensibilità di Fragasso, che è architetto e che guida una impresa specializzata nel restauro, forse non è condivisa da tutta la sua categoria, ma trova nel presidente nazionale una sponda assai solida. «È dagli anni Settanta –  ammette De Albertis – che ci riempiamo la bocca con il termine di rigenerazione delle città e poi non siamo stati in grado di fare nulla in tal senso, anche a causa di posizioni fortemente ideologiche che hanno fermato il processo».

Gli edili puntano l’indice contro lai burocrazia che finora avrebbe dissuaso dal mettere mano ai vecchi edifici. Si aspettano adesso incentivi  fiscali che aiutino la svolta. Ma a far maturare nuove idee nella testa degli imprenditori, hanno contribuito anche le trasformazioni del mercato: «Assistiamo – dice De Albertis – ad una forte volontà delle famiglie di tornare a vivere nelle città costruite, capaci di offrire un modello di qualità della vita più soddisfacente e attrattivo». Ma una città, vogliamo dire con le parole di Carlo Cattaneo, che «forma col suo territorio un corpo inseparabile».

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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