PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 21_10_2015

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prospetto Casa del mutilato | Bari

Guerra e pace ma al progresso serve tempo _ La casa del mutilato di Pietro Favia  

Se non fosse stato per la forma scomodissima di quel lotto, una spina acuminata che si infila tra il palazzo delle Finanze e gli uffici centrali dell’Anagrafe, la Casa del Mutilato non sarebbe mai stata una tappa – domenica scorsa – della Maratona del Fai (il Fondo per l’ambiente italiano). Perché è proprio la pianta, un  accentuato triangolo isoscele, a condizionare  le scelte dell’architetto Pietro Maria Favia, ad averlo condotto a sperimentare una ardita soluzione d’angolo nella quale sembra scomparire l’intero edificio con la sua mole o per lo meno ridursi ad un cilindro apparentemente vuoto, scandito da quattro pilastri.

In occasione della apertura straordinaria per la Maratona del Fai, è stata allestita, all’interno della Casa del Mutilato, una mostra dei numerosi disegni che Favia andò producendo per la progettazione dell’edificio: resterà aperta fino alla fine della settimana. Grazie alle tavole selezionate e riprodotte dall’architetto Arturo Cucciolla con gli ingegneri Dario Esposito e Claudia Piscitelli, il visitatore può rendersi conto di come si sia generato e poi trasformato il progetto nel corso degli anni, dalla prima idea che risale al 1925, quando il giovane Favia laureatosi a Roma solo due anni prima ricevette l’incarico, fino alla sua realizzazione quindici anni dopo. La Casa del Mutilato fu inaugurata infatti il 21 aprile 1940, giornata che nell’apparato celebrativo del fascismo aveva sostituto la festa del lavoro. L’associazione del mutilati contava allora a Bari oltre 3mila iscritti ed era un nodo solidissimo della rete di relazioni anche politiche fra ex combattenti. Quali erano appunto Favia e l’ingegner Civitarese, un tecnico delle Ferrovie e mutilato della Prima Guerra mondiale, nominato direttore dei lavori. Completava il gruppo degli autori il pittore barese Mario Prayer, al quale toccò il compito di decorare il nuovo edificio, in particolare il piccolo sacrario sulla cui cupola fermò il volo di Vittorie alate.

Il  prisma triangolare si caratterizza per la grande sala delle adunanze, di forma ovoidale e a doppia altezza, ampiamente finestrata e scandita dai pilastri cilindrici sui quali poggia una balconata che circonda per i tre quarti lo spazio. La grande sala, concepita per le riunioni civili e politiche, fu da subito utilizzata anche come sala per ricevimenti e banchetti nuziali e poi – negli anni della Repubblica – per congressi di partito e manifestazioni sindacali. Una funzione di spazio pubblico che dovrebbe essere rilanciata e che ad ogni modo negli anni ‘60 e ‘70 aveva diluito assai il carattere retorico e bellicista dell’edificio. Ma già Favia provvide a rimuovere dal progetto le espressioni tipiche del linguaggio celebrativo del regime. Così dall’impostazione storicista dei disegni del ’25 (un castello merlato, addirittura, in prima battuta) si era passati ad una composizione più severa, ma sempre dotata degli ammennicoli del caso: colonne, lesene, imbotti, basamento e coronamento. Un ruolo importante giocò il cambiamento del lotto destinato alla costruzione: ad un certo momento, si era pensato all’angolo tra largo Fraccacreta e il lungomare, quello stesso terreno sul quale poi Concezio Petrucci avrebbe progettato e costruito fra il 1934 e il ’37  l’Istituto di economia e commercio (ora sede degli uffici dell’Anagrafe). La imponente soluzione d’angolo, con l’ingresso concavo, si trasformerà infine nel suo contrario: quella pronunciata convessità dell’opera realizzata, a pochi metri di distanza, nella confluenza tra via Oriani e via Carducci.

I quindici anni di progettazione della Casa del Mutilato sembrano contraddire il luogo comune della rapidità decisionale dell’edilizia e dei lavori pubblici durante il regime fascista, sotto il controllo di Araldo di Crollalanza. Né d’altra parte si trattò di un caso isolato. Se non bastasse la travagliata vicenda del palazzo delle Genio Civile (un concorso nazionale gettato nel cestino), basti considerare i dodici anni che ci vollero per realizzare il complesso di San Ferdinando. Con molte analogie: anche Saverio Dioguardi modificò almeno quattro volte il suo progetto, passando da una prima versione neorinascimentale con archi, colonne e leoni (1924) a disegni via via più asciutti, fino al progetto conclusivo (1933-’35), quello realizzato che ricorda in maniera impressionante la chiesa di Fahrenkamp a Mülheim. Il progresso in architettura ha bisogno di tempo: non è cosa da fast food.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato mercoledì 21|10|2015 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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