PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 23_09_2015

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Teatro Margherita, nuovo arsenico e vecchi merletti _ Nasce il «Polo contemporaneo»

«Non è meglio abbatterlo?». Ogni volta che si torna a parlare del teatro Margherita e del suo restauro c’è qualcuno che lancia la proposta della demolizione, magari con l’aria di aver avuto un’idea originale. In effetti il teatro galleggiate avrebbe dovuto scomparire già diverse volte, almeno fino a quando non è stato vincolato dallo Stato come bene culturale, esattamente il 9 gennaio 1981, data del decreto ministeriale. Una decisione che fece andare su tutte le furie Ludovico Quaroni, maturata proprio  mentre l’architetto romano lavorava al piano regolatore di Bari.

Quaroni infatti aveva la ferma intenzione di buttare giù senza pietà l’edificio progettato nel 1912 da Francesco De Giglio e Luigi Santarella per sostituire il «Varietà Margherita», che essendo in legno come il precedente «Eden», finì divorato dalle fiamme nel 1911.

Non era affatto stravagante, l’idea del professore. Già Concezio Petrucci, nel piano di diradamento di Bari vecchia del 1931 e poi nel piano regolatore generale (1933-’38) prescrive la scomparsa. L’architetto comunale Pietro Favia nel ’39 progetta perciò la demolizione del Margherita, insieme al mercato del pesce e al mercato delle carni (l’attuale sala Murat). Anche il piano di Piacentini e Calza Bini, nel 1951, conferma questa indicazione e dieci anni dopo l’amministrazione comunale bandisce un concorso per fare piazza pulita dell’ingombrante teatro dei minareti:  lo vinceranno gli architetti Chiaia e Napolitano, ma poi non se ne farà nulla. Ci vorrà l’architetto Angelo Ambrosi, chiamato ad una consulenza per il progetto di restauro firmato nel 1998 da Emilia Pellegrino, tecnico della Soprintendenza, per scoprire fino in fondo e illustrare le qualità architettoniche dell’edificio, che non si limitano alle ardite strutture in cemento armato. Qualità, queste ultime,  peraltro perdute quando sono stati ingrossati i pilastri per il consolidamento statico effettuato fra il 2001 e il 2004.

L’ineluttabile demolizione del Margherita aveva la sua ragione nella riorganizzazione  – attraverso «nodi urbani e sbocchi scenografici» – dell’area posta a cerniera tra città vecchia e borgo murattiano. Argomenti non diversi – è un paradosso – da quelli cui fa ricorso l’architetto Luca Cipelletti per affermare oggi esattamente il contrario.

Cipelletti è il consulente per l’allestimento museografico chiamato dal Comune ad affiancare la Soprintendenza (ancora l’architetto Pellegrino per il Margherita, e l’architetto Anita Guarnieri per il mercato del pesce), nel progetto definitivo del «Polo delle arti e delle culture contemporanee», presentato la settimana scorsa. Cipelletti con la matita ci sa fa fare e nel tracciare le intersezioni urbane vuol darci l’illusione che il mercato del  pesce si trovi esattamente in asse con il corso Cavour. Non  è così, perché egli sposta una linea più a est e scambia corso Cavour con quel che sarebbe stata la «Piazza sul Mare» nel piano del Gimma. Al di là di questo trucchetto o difetto di conoscenza storica, l’idea di mettere in relazione i tre edifici coinvolti nel «Polo» con uno spazio pubblico aperto uno e trino, è una buona idea.

Aspettiamo ora, però, di vedere il progetto che traduce in segno e misura e materia questa idea (l’Urban center potrebbe occuparsene, esporlo…). Nonostante le rassicurazioni, rimane una incognita il risultato della collaborazione tra i tecnici della soprintendenza e Cipelletti, chiamato per affermare una esplicita ed efficace contemporaneità al progetto: nuovo arsenico fra i vecchi merletti. Non dimentichiamo che il disgraziatissimo concorso internazionale per il Museo archeologico di Santa Scolastica fu gettato nel cestino per rimettere tutto nelle mani della Soprintendenza. E che l’unico risultato, finora, è la demolizione dell’aula sospesa, testimonianza potente del precedente intervento di restauro del complesso monastico condotto da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio negli anni Settanta. Non per l’opera in sé né per il fatto che fosse una struttura in acciaio e vetro e nemmeno per le norme di sicurezza o per far vedere un pavimento che non dice assolutamente nulla al turista di passaggio: la distruzione doveva avverarsi e si è avverata perché quella architettura ricordava il passaggio del Novecento, era la testimonianza vivente di una cultura del restauro che rifiuta le mascherate e i falsi del «com’era, dov’era» tanto in voga oggi e afferma invece la piena cittadinanza della contemporaneità.

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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