PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_07_2015

GETRAG Bari

GETRAG Bari

Flessibile e aperto sarà lo spazio di un pensiero nuovo _ La fabbrica barese della Getrag

La Getrag diventa canadese. La notizia della prossima acquisizione dell’intero gruppo industriale tedesco da parte della Magna International Inc. di Toronto, annunciata la settimana scorsa, segue di soli tre mesi la decisione della Getrag di investire cento milioni di euro nello stabilimento barese, per produrre una nuova trasmissione per motori tradizionali e ibridi. Il passaggio di mano societario non dovrebbe modificare nulla nei programmi, per i quali si renderà necessario anche un ampliamento della fabbrica. E ci auguriamo che sia un ampliamento ben fatto, adeguato alla qualità dell’architettura.

 

Anche le fabbriche, come le case, hanno spesso una storia da raccontare. La storia della Getrag di Bari risale alla fine del secolo scorso, per la precisione al 1996 quando la grande azienda fornitrice di sofisticati pezzi meccanici per una miriade di marche automobilistiche, Ferrari compresa, decide di affidare ad un architetto milanese, Giampiero Peia, la progettazione del nuovo stabilimento italiano. Peia si laurea al Politecnico di Milano ed apre il suo studio dopo aver collaborato con il designer Luca Meda e, per sette anni, con Ignazio Gardella. Insomma, due punti di riferimento di quella architettura italiana che si intreccia con il disegno industriale. Per il giovane Peia la Getrag barese è uno dei primi progetti da «autore». Un progetto impegnativo che possa rispondere alla domanda: come dev’essere una fabbrica nell’epoca postindustriale? Se nelle fabbriche del passato erano i cicli produttivi a determinare la forma dell’architettura, obbligando i progettisti a misurasi con dimensioni, spazi e percorsi rigidamente definiti, nella fabbrica d’oggi la parola magica è flessibilità. Bisogna cioè concepire spazi capaci di ospitare le metamorfosi della produzione e della organizzazione del lavoro.

Peia progetta allora a Bari una officina a pianta quadrata, con il lato di 150 metri, su un modulo di quindici metri, scandito all’interno dai pilastri di acciaio che reggono una volta cosparsa di cupole per catturare la luce del sole. Immaginiamo che all’idea di sfruttare la luce naturale non dev’esser estraneo il modello delle gigantesche vetrate che caratterizzano la prima fabbrica della Getrag, realizzata nel 1935 in Solitudeallee a Ludwigsburg, nel Baden Wuettemberg. E a voler cercare analogie e citazioni si può pensare anche alla torre delle scale, della medesima potenza stereometrica che esprimono, a Bari, le due testate dell’edificio polifunzionale con le aule.

Lo stabilimento barese della Getrag non è destinato solo alla produzione meccanica, ma sviluppa una attività costante di ricerca e di formazione che richiede spazi adeguati. Il carattere duplice del lavoro – materiale e intellettuale – si riflette allora nell’uso dialettico dei materiali da costruzione. Le strutture sono in acciaio (una rarità, qui dove domina il cemento armato) e di acciaio ondulato sono anche le tamponature verticali. Ma il predomino del metallo e del vetro viene contraddetto da alcuni episodi, come il calcestruzzo a vista del grande setto che attraversa e poi fuoriesce dall’edificio destinato ai servizi sociali e agli impianti e come le lastre di pietra calcarea che rivestono la coppia di torri murarie. Giampiero Peia giustifica questi episodi ora con una metafora (il setto evocherebbe la prua di una nave, essendo la fabbrica a pochi metri dall’Adriatico) ora con una metonimia (la pietra espressione del luogo e della sua tradizione edilizia). Le giustificazioni a posteriori sono sempre un po’ stonate, come quegli schizzi che gli architetti fanno dopo aver realizzato l’opera, col solo fine di illustrare una pubblicazione. Beninteso, l’intenzione narrativa potrebbe essere autentica, ma al giudizio critico basta osservare come l’uso dialettico dei materiali abbia generato un linguaggio onesto di unitarietà e di relazioni fra le parti, di cui è plastica espressione il ponte di acciaio, a forma di occhio, che collega gli uffici all’officina sorvolando un giardino mediterraneo.

La felice esperienza barese con Peia deve avere convinto i dirigenti della Getrag che anche per la nuova fabbrica di Ludwigsburg bisognava investire nell’architettura. E così nel 1999, mentre si inaugurava lo stabilimento di via dei Ciclamini, veniva bandito un concorso in Germania, poi vinto dallo studio Neugebauer & Roesch di Stoccarda. «Flessibile, trasparente, aperto, con brevi percorsi – aveva detto il presidente di Getrag Tobias Hagenmeyer – dev’essere lo spazio di un pensiero nuovo».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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Pubblicato il 30|07|2015, in Piazza Grande con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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