PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_07_2015

moramarco _ piazza della scalaPiazza della Scala e via Sparano: restituire lo spazio _ Moramarco & C. finalisti a Milano 


C’è anche un progetto barese tra i finalisti del concorso di idee per piazza della Scala a Milano. Il gruppo guidato dall’architetto Pierpaolo Moramarco ha conquistato un lusinghiero sesto posto nella competizione internazionale che ha visto confrontarsi ben 209 proposte.

La commissione giudicatrice, formata tutta da architetti e presieduta dal critico d’architettura Fulvio Irace, ha scelto il progetto del gruppo guidato dal milanese Pierpaolo Tonin perché «propone l’assoluta conservazione e una rispettosa valorizzazione», dice la giuria, dello spazio urbano costituto dalla piazza sulla quale si affacciano il teatro alla Scala, palazzo Marino e la galleria Vittorio Emanuele. Una proposta «minimalista» che non aggiunge né cambia granché: si limita semmai a togliere e svuotare.

Un approccio assai diverso, se non antitetico, è quello del gruppo di Moramarco che ha voluto invece osare, deviando il tracciato dei binari del tram, spostando la statua di Leonardo da Vinci più vicina alla facciata del palazzo comunale, in mondo da liberale la visione della piazza a chi proviene dalla galleria e soprattutto piantando una «selva» di pali.

Perché ci occupiamo qui, nelle pagine della cronaca di Bari, di un concorso milanese? Per due motivi: per dare conto della attività «fuori le mura» di progettisti baresi e per rilevare qualche analogia (somiglianze e differenze) tra la gara per piazza della Scala  e il concorso barese per la riqualificazione di via Sparano-centro murattiano. Concorso, quest’ultimo, nel quale Moramarco si aggiudicò il secondo posto ex aequo.

La partecipazione ai concorsi di architettura, specie in periodi di crisi dell’edilizia pubblica e privata, costituisce una quota importante (e costosa!) ma anche misconosciuta dell’attività dei progettisti che in questo modo si confrontano con luoghi, temi e anche normative diverse e con le espressioni più attuali della cultura architettonica e urbanistica internazionale. Da questo punto di vista, non sfugge a nessuno che i concorsi fanno bene tanto ai progettisti quanto alle città. Meglio se poi si traducono in opere realizzate e soprattutto se non sono concepiti e organizzati per fini «traversi».

Qualcosa dell’esperienza di via Sparano riaffiora in questo lavoro milanese nel quale si sono ritrovati al fianco di Pierpaolo Moramarco i progettisti Stella Marina Ventrella, Antonella Berardi, Cristiana Lopes e Giacomo Brenna con la collaborazione di Matteo Valente. Soprattutto, la strategia di provocare, indurre, suscitare la restituzione dello spazio pubblico al pedone laddove l’amministrazione comunale non può o non vuole forzare la mano con i divieti. Con questo problema si era già misurato l’architetto Paolo Portoghesi quando nel 1991 ricevette dal Comune di Milano l’incarico di ridisegnare piazza della Scala. Le decisioni di Portoghesi (l’attuale pavimentazione che sostituì l’asfalto e la sistemazione degli arredi e delle aiuole intorno al monumento a Leonardo da Vinci) non si sono dimostrate sufficienti a risolvere il problema. Anzi, la situazione si è deteriorata.

Moramarco e i suoi non si sono lasciati intimorire dalla statura di Portoghesi ed hanno fatto un ragionamento che potremmo dire «rinascimentale». Hanno azzerato la superficie ad una quota unica e, partendo dalle misure del portico del Piermarini, cioè il passaggio per le carrozze all’ingresso del teatro, hanno costruito una maglia ortogonale e poi l’hanno deformata per adattarla ai contorni reali e irregolari della piazza. Ai nodi di questa rete invisibile hanno poi immaginato di piantare una serie di pali, tubolari di ottone alti sei metri e mezzo, esattamente l’altezza dei basamenti degli edifici che racchiudono la piazza. Attraverso il bosco di esili aste (il diametro è di appena 10 centimetri) il pedone si muove con agio mentre viene disincentivato il traffico veicolare.

Ogni palo termina con una sorgente di luce e un diffusore sonoro, in modo da illuminare la piazza e al tempo stesso diffondere la musica che si esegue all’interno del teatro. Interno ed esterno così entrano in un nuovo rapporto, al quale contribuisce una suggestione coltivata forse in maniera inconsapevole dai progettisti che pure nella relazione parlano di edifici come «proscenio della piazza». A noi pare che la piazza, intanto, si possa trasformare nel cielo macchinoso di un palcoscenico, laddove i pali evocano le corde che scendono dalla graticcia, tesi fra le carrucole e i «tiri» per sorreggere quinte e fondali di uno spettacolo continuo che chiamiamo città.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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