PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_07_2015

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La torre di Charleroi, firmata da Jean Nouvel e Mdw Architecture

L’architettura del commissario di polizia _ Via la pergola di piazza Battisti

Il «Tulps», cioè il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, insieme al Codice di procedura penale dovrebbe già essere nella bibliografia essenziale dei nuovi architetti. Se ne avessero tenuto conto, a suo tempo, i progettisti della piazza Cesare Battisti oggi non sarebbe stato necessario demolire pergole e gazebo con una ordinanza del sindaco. Provvedimento, in verità, conseguente alle decisioni prese nel Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, riunito presso la Prefettura. L’obiettivo della rimozione di quel che con una fastidiosa espressione si chiama «arredo urbano» è facilitare alle pattuglie di polizia e carabinieri la sorveglianza del luogo, eliminando ciò che potrebbe essere utilizzato come riparo e nascondiglio da presunti spacciatori e delinquenti di ogni risma.

Non sappiamo se la misura sia efficace né vorremmo mettere in discussione le tecniche di contrasto del crimine chiedendoci perché mai gli agenti si tengano sempre ai margini della piazza. D’altronde in questa rubrica si tratta di architettura ed urbanistica e solo da questo punto di vista tentiamo di considerare il caso. La decisione è un prodotto esemplare della ideologia securitaria della gestione dello spazio pubblico, la stessa che ha promosso il controllo elettronico delle città attraverso una vasta rete di telecamere. Senza risultati misurabili con certezza se non negli appalti per le tecnologie (e al lordo del loro funzionamento). «Bisogna farla finita con l’idea che la prevenzione si faccia con la videosorveglianza», protesta il sociologo Salvatore Palidda. Tuttavia il problema della sicurezza è strettamente legato al tema della prevenzione sociale, perché il panico urbano è un fenomeno percepito tanto dalle classi abbienti quanto dagli abitanti delle zone più degradate delle città. Il filosofo francese Paul Virilio, in un libro che si intitola appunto «Città panico», fa questa riflessione: «Dopo la disgregazione dei grandi insiemi geopolitici è venuto il tempo del declino dello Stato-nazione e l’inizio di un ripiegamento tattico sulle metropoli».

L’attuale piazza Cesare Battisti, progettata dagli architetti Morelli e Pastore nell’ambito della costruzione del parcheggio interrato non ci piace. L’abbiamo già scritto a suo tempo criticando le ingombranti «villette» e il funereo «lapidarium». Ma ora quel progetto va comunque difeso dalle manomissioni e dalle demolizioni.

L’iniziativa securitaria del sindaco Decaro e dell’assessore ai lavori pubblici Galasso (forse inconsapevoli) si riallaccia ad una solida tradizione di urbanistica poliziesca che trova nel prefetto George-Eugène Haussmann il suo interprete più efficace e potente. Come ricorda Walter Benjamin, era lo stesso barone Haussmann a definirsi un «artista-demolitore»: la Parigi dei lunghi, dritti boulevard e delle ampie e luminose avenue è il risultato della distruzione della città medievale, addensata nel reticolo di vie strette e tortuose. La sua azione si dispiega fra il 1852 e il 1871 con lo scopo di creare uno scenario elegante per l’impero di Luigi Bonaparte, ma anche di impedire la costruzione di barricate monumentali, come quelle dei moti del 1848, raccontate ne «I Miserabili»  da Victor Hugo, testimone oculare delle giornate di giugno. Il prefetto Haussmann sa cosa vuole: «Nel 1864, in un discorso alla Camera, esprime tutto il suo odio per la popolazione déracinée della metropoli», ricorda in «Angelus Novus» Benjamin, che sottolinea le speculazioni fraudolente innescate dalle espropriazioni dei vecchi alloggi popolari ma soprattutto mette a nudo la strategia militare: «Il vero scopo dei lavori di Haussmann era di garantire la città dalla guerra civile. Egli voleva rendere impossibile per sempre l’erezione di barricate a Parigi». In effetti, fu un fallimento sotto questo aspetto: «La barricata risorge nella Comune, più forte e più sicura che mai», scrive Benjamin.

Intanto l’«architettura di polizia» ha fatto progressi e percorre oggi strade differenti. A Tokyo, per esempio, il «Sistema Kôban», che consiste in un migliaio di microstazioni di polizia e che riscuote molto successo (sarebbe il segreto del mito della sicurezza giapponese, ai vertici delle statistiche), è stato affidato alla matita di famosi architetti, dal postmoderno Kazumasa Yamashita a Kazuyo Sejima, maestro di asciutte geometrie. Ad una idea antimilitare di compresenza di funzioni sociali, civili e di pubblica sicurezza è ispirata invece la torre di Charleroi, firmata da Jean Nouvel insieme allo studio Mdw Architecture. Nello stesso edificio cilindrico, ampliamento della vecchia Gendarmeria, nel centro storico della città belga, hanno sede la nuova centrale di polizia e la scuola della compagnia di danza contemporanea Charleroi Danses. Una «sorprendente diversità» di funzioni che non avrebbe mai avuto l’approvazione del commissario Javert.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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