PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_06_2015

Odile Decq, Museo Macro di Roma

Odile Decq, Museo Macro di Roma

Quartiere Ipocrisia dove la storia la fa lo smemorato _ Gli edili e il riuso urbano


La rigenerazione urbana non è un’opzione. È un obbligo. Una prospettiva senza alternative di cui sono finalmente convinti anche gli imprenditori edili. O almeno la parte più colta e avanzata di loro. La settimana scorsa si è tenuto a Bari un convegno nazionale promosso dall’Ance (l’associazione degli edili) e dalla Scuola di Ingegneria e Architettura. Il tema era, appunto: la rigenerazione urbana nel mezzogiorno d’Italia, con casi di studio come quello di Taranto (Rione Tamburi e città vecchia) e quello di Napoli (i quartieri orientali) e, a confronto lontano, Toronto e Milano.

«Una svolta culturale» l’hanno definita, in perfetta sintonia, il presidente nazionale dell’Ance Paolo Buzzetti e il presidente di Bari e Bat Domenico De Bartolomeo. Ma in quale direzione? Sebbene accomunate dall’abbandono della strategia della espansione urbana e del consumo forsennato di suolo, culture diverse se non opposte si misurano sul campo della rigenerazione urbana. Da una parte, per esempio, il «costruire nel costruito», teorizzato e praticato da Rafael Moneo; dall’altra la «tabula rasa» provocatoriamente prospettata da Rem Koolhaas. Da una parte il restauro, la trasformazione o la sostituzione del singolo edificio dentro il tessuto consolidato di città, impregnato di storia e di relazioni sociali; dall’altra la demolizione e riedificazione di interi quartieri, comunque di tutta l’edilizia più vecchia di venticinque anni. Due visioni divergenti ma entrambe lontanissime dall’idea che il centro storico sia intoccabile, sottoposto al dogma del restauro conservativo, anche a costo di produrre un falso. «In alcuni casi dobbiamo avere il coraggio di rinunciare al recupero del singolo edificio», ha detto al convegno Amedeo Vitone, decano degli ingegneri strutturisti, segnalando quanto frequente sia la assenza di qualità nel «costruito» che sarà oggetto e scena della rigenerazione urbana.

Il fallimento del tentativo – portato avanti dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio – di applicare un vincolo diffuso ai quartieri centrali di Bari (Murat, Madonnella e Libertà) ha liberato questa ampia parte di città da un ricatto culturale (la città-museo-parco a tema) ma ha lasciato aperta la questione fondamentale della definizione architettonica delle attività di rigenerazione urbana. In una recente intervista al Manifesto l’architetto francese Odile Decq spiega che «queste forme di intervento si mostrano sensibili anche a un’idea di memoria (…) e in questo senso diviene ancora più importante ripristinare vecchi luoghi che conservano già un’identità, da trasformare e implementare». A patto però che l’identità non si riduca al censimento (e al congelamento) delle cortine edilizie o al divieto di utilizzare infissi che non siano di legno o cose del genere. «Penso che non siamo costretti – dice la Decq, che ha realizzato il museo Macro nella fabbrica dismessa della Peroni, a Roma – a conservare tutto, che è generalmente il difetto di chi si occupa di patrimonio, e che oltre a conservare bisogna imparare a trasformare. (…) Dobbiamo imparare a parlare di testimonianze più che di patrimonio, riferendoci non tanto all’eredità del passato quanto a quelle tracce capaci di raccontare della storia recente, così come di quella più antica».

Il rischio che corriamo, a Bari, è tentare di proteggere in modo maniacale qualsiasi vecchio tufo ancorché fradicio, mentre lasciamo devastare, deperire e magari demolire le migliori testimonianze dell’architettura realizzata a Bari nel Novecento, quella in cui l’architetto Lorenzo Netti, nei suoi corsi universitari, è giunto al punto di riunire sotto il marchio di «Moderno Murattiano». Il sospetto – fondato – è che la rimozione del Novecento sia il presupposto della negazione del diritto di cittadinanza della contemporaneità.

Quale modello di trasformazione della città adottare nella rigenerazione urbana è dunque la questione centrale, che non si può delegare unicamente agli esperti di Estimo e ai ragionieri di banca. Nella «città generica», che è la rappresentazione cinica ma incontestabile dello stato attuale della condizione urbana descritta da Rem Koolhaas domina l’incertezza e l’imprevedibile e tuttavia «c’è sempre un quartiere chiamato Ipocrisia in cui viene conservato un minimo di passato. (…) Ipocrisia è una elaborata operazione mitopoietica: celebra il passato come solo ciò che è di concezione recente può fare». Infatti, «a dispetto della sua assenza la storia è la principale preoccupazione, anzi la principale attività, della Città generica».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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