PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 20_05_2015

Via Roberto da BariLo spazio pubblico è una città tutta da mangiare _ La «Primavera mediterranea»

La «Primavera mediterranea» che si è conclusa domenica scorsa ha portato nella via Argiro pedonalizzata (ma solo per isolati!) le installazioni temporanee di giardinieri e vivaisti, il più delle volte spalleggiati da architetti. Come Tommaso Nasti che ha curato l’allestimento di «Esecuzione verde», puntando  sull’orto urbano: declinazione radicale del tema di questa quarta edizione della rassegna curata da Nuccia Rossiello e cioè quello del «Giardino edibile», in cui ortaggi e frutta di stagione si mescolano con fori e piante.
Buon successo di pubblico, che fa leva sulla nostalgia sempre efficace dei giardini perduti del centro murattiano, quegli spazi verdi conclusi in ciascun isolato finché furono efficaci le rigide regole edilizie degli «statuti murattiani».

Spesso l’accoglienza delle nuove idee dipende dal contesto in cui vengono espresse. Così, l’idea dell’orto urbano ha diviso i cittadini ma soprattutto gli «esperti» – architetti, urbanisti e… immobiliaristi – quando è emerso come tema di primo piano fra le idee della occupazione della ex Caserma Rossani. Ora invece un ecumenico entusiasmo ha accolto gli isolati verdi di via Argiro, innocui come una bomba senza detonatore perché confinata nel tempo breve dell’installazione e soprattutto perché non reclama la trasformazione immediata di otto ettari di suolo urbano fin qui negato all’uso pubblico, come appunto la ex caserma Rossani.

In questa contraddizione si perde anche la carica eversiva del pensiero di Richard Reynolds. il fondatore del movimento internazionale «Guerrilla gardening», invitato ad una simposio. «Il giardinaggio di guerriglia – sostiene Reynolds – è anche una risposta alla desertificazione culturale. Il guerrilla gardening di protesta è una presa di posizione contro uno spazio altrimenti ufficialmente controllato e spesso sterile»

Così come fanno i graffitari con lo spray sui muri, lanciando le «bombe vegetali», cioè impasti di argilla e semi, «questa forma di giardinaggio guerrigliero – spiegava Reynolds in un articolo pubblicato su «Domus» qualche anno fa – mira a un intervento creativo diretto nel paesaggio, che si tratti di una aiuola fiorita strutturata pubblica o di un minuzioso giardino privato».

Da questo punto di vista, la dépendence dell’iniziativa «Primavera mediterranea» realizzata nell’isolato pedonale di via Roberto da Bari poteva essere l’occasione per riprendere il discorso sul metabolismo dello spazio pubblico, se l’associazione Barivart non avesse puntato ingenuamente verso l’idea dell’«isolato smart». Lo stesso fazzoletto di strada in cui solo qualche settimana fa si era consumato lo scandalo della Zigguart di pneumatici di Lino Sivilli (demolita platealmente da un paio di “cittadini residenti”!) ha ospitato questa volta prati verdi e arredi «ecologici» realizzati con i soliti pallet da riciclare. Nessuna insurrezione: il verde «beneducato» piace, è di facile digeribilità sociale, non costringe a pensare troppo e soprattutto a confrontarsi con le complicazioni dell’arte contemporanea.

Critici aciduli anche contro il verde urbano? E va bene, corriamo il rischio. Troppo verde può far male: basta spostarsi di un paio di isolati per affrontare il rebus di via Sparano. Uno degli ostacoli al progetto di riqualificazione della strada è proprio la sorte dei vasconi con le palme.

Il bando del concorso internazionale  richiedeva la rimozione  delle palme. E il gruppo vincitore, guidato dall’architetto romano Guendalina Salimei, non solo fa sparire i vasconi, ma installa  numerose sculture di arte contemporanea. Si delinea uno scontro sull’idea stessa di spazio pubblico rispetto al quale la Soprintendenza ai beni architettonici e del paesaggio avrebbe potuto giocare un ruolo importante, anche didattico, suscitare un dibattito maturo sull’arte pubblica. E invece si è imbozzolata nella patetica imposizione della salvaguardia della pietra lavica e dei marciapiedi «segno della storia». Ignorando che via Sparano può considerarsi la strada-laboratorio del Novecento: lì dove le trasformazioni urbane si sono affacciate prima che altrove. Senza nostalgie.

(pubblicato mercoledì 20|05|2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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